Le relazioni ai tempi del Covid-19

Isolamento, precarietà, incertezza. Come ci relazioniamo (o non ci relazioniamo) agli altri ai tempi del Coronavirus.

Il 2020 è appena iniziato eppure sembra ormai chiaro che ce lo ricorderemo come l’anno del Covid-19. Mentre l’OMS dichiara lo stato di pandemia, le misure di contenimento mettono a dura prova le società e le economie. Poiché i cambi di scenario sono talmente repentini che è difficile fissarli, ci limiteremo a parlarne relativamente ad alcuni (e solo alcuni) dei cambiamenti intervenuti nel contesto delle relazioni umane ai tempi del Covid-19.

La giusta distanza

La paura (naturale) e la necessità di contenere il contagio (imposta) ci hanno inevitabilmente messo di fronte alla necessità di instaurare nuove modalità di relazione e non-relazione con gli altri. Ho sempre pensato che la “giusta distanza” tra le persone fosse il frutto di una scelta soggettiva. Per esempio, se una persona si avvicina a me tanto da riuscire a distinguere il colore dei miei occhi per me è vicinissima (quasi fastidiosa); per altri è vicina (punto). Oggi c’è solo una “giusta distanza”, valida per tutti: la distanza che evita il contagio. Una distanza tanto precauzionale quanto simbolica: in fondo ci dice che “siamo responsabili” l’uno della sopravvivenza dell’altro e che a dividerci c’è davvero una membrana sottilissima.

L’isolamento

Se molti di noi conoscono la solitudine e più di qualcuno convive con la marginalizzazione, pochi di noi conoscono l’isolamento. La solitudine non implica necessariamente una lontananza fisica dei corpi, e fa parte della condizione umana: è il sentirci profondamente soli, anche se fisicamente in mezzo agli altri. L’ isolamento, invece, si definisce come l’esclusione di rapporti o contatti con l’ambiente circostante; un’esclusione che può portare ad un sentimento di solitudine (e quindi al desiderio di una relazione significativa con gli altri) oppure no.

Quello a cui assistiamo in questi giorni è il dispiegarsi di una condizione di isolamento su larga scala: del singolo rispetto agli altri, delle comunità rispetto ad altre comunità, delle nazioni rispetto ad altre nazioni. Un isolamento forzato, più che mai fisico, seppur mitigato dalle infinite possibilità di comunicazione fornite dalle nuove tecnologie (i social media, Whatsapp, Skype, eccetera). Tecnologie che non sostituiscono le relazioni fisiche durante il Covid, questo è ovvio, ma che forse ci salvano dal baratro.

Nuovi sentimenti

Tra i nuovi sentimenti emersi nelle relazioni ai tempi del Covid-19, ci sono poi la diffidenza verso gli altri, la paura, il sospetto. Poiché il virus è di per sé invisibile agli occhi, l’incertezza rispetto alla possibile contagiosità nostra o degli altri fa sì che ogni relazione, nel suo normale svolgimento, sia inevitabilmente compromessa. Si tratta di una diffidenza nuova, che più che dirci “non fidarti” di lei o di lui, ci dice “non fidarti di quel corpo”. I corpi sono assieme i principali veicoli del contagio e la fonte della nostra angoscia.

Il sentimento di incertezza diffusa invece è determinato da una sopraggiunta precarietà lavorativa (che spesso va ad aggravare condizioni di precarietà pregresse), ma anche dall’impossibilità di identificare lo scenario futuro. Un’incertezza che genera il panico: i saccheggi ai supermercati, gli eccessi sui social, le carceri in fiamme, sono solo alcune delle sue manifestazioni. Quale sarà il nostro destino?: è una domanda che da sempre interroga l’uomo e ci sono libri che parlano solo di questo. Oggi però l’interrogativo permea anche la maggior parte delle nostre comunicazioni quotidiane: quando finirà? Quando torneremo al lavoro? Quando potremo riabbracciarci? Domande a cui nessuno sa rispondere e che generano inevitabilmente uno stato d’ansia diffusa.

Che c’è di buono (se c’è)

Tuttavia c’è anche qualcosa di positivo che il Covid porta con sé a livello di relazioni umane. L’ isolamento per esempio, se da un lato comporta l’acuirsi del sentimento di solitudine, dall’altro genera un inedito senso di vicinanza. In quanto vissuto collettivamente, l’isolamento può non essere solitudine. Lo dimostrano i flash mob di questi giorni: appuntamenti che hanno visto gli italiani ritrovarsi ai balconi per il tempo di una canzone o di un applauso di incoraggiamento. Le immagini sono rimbalzate nei social network e nelle televisioni nazionali ed estere. Da esse emerge quel senso di comunità viscerale che anima l’Italia solo per i mondiali di calcio.

La nostra è in fondo una condizione di privilegiati. L’aperitivo con gli amici, i centri commerciali, la palestra: viviamo una quotidianità molto edulcorata se confrontata con quella dei nostri nonni. E come un bambino a cui si strappano i giocattoli soffriamo per ogni minima privazione. Ma è solo di fronte alle privazioni che può cambiare il nostro metro di giudizio. Davanti al virus, infatti, ci accorgiamo di quanto sia precario ciò che un attimo prima davamo per scontato e più o meno consapevolmente iniziamo a ridisegnare la nostra scala dei valori. Rivalutiamo il lavoro che tanto odiavamo. Rivalutiamo ogni singolo abbraccio. Rivalutiamo le telefonate. Rivalutiamo la scienza. Rivalutiamo i vaccini. Rivalutiamo ogni singolo momento speso nel modo sbagliato.

Se un virus che può essere letale per alcuni potesse regalare ad altri qualcosa di positivo, vorrei che fosse proprio questo: portarci a rivalutare il tempo e usarlo meglio di prima.

Copertina: Luis Dalvan

Nicole Chioccariello
Più nouvelle vague, meno nouvelle cuisine.

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