Massimiliano Frateschi: l’arte a 360 gradi

Intervista a un giovane autore e attore italiano, impegnato tra il teatro e la produzione musicale.

Massimiliano Frateschi, classe 1987, barese di nascita e romano di adozione, si è formato alla N.U.C.T di Roma. Attore, sceneggiatore e musicista, Massimiliano inizia la propria carriera entrando nel cast del lungometraggio Ragazze a mano armata (2014), e oggi conta tra le sue partecipazioni più importanti Sulla mia pelle (2018) e Duisburg – Linea di Sangue (2019). A teatro è andato in scena per tre anni consecutivi diretto da Valerio Binasco in Romeo e Giulietta al fianco di Riccardo Scamarcio. Attivo anche in ambito musicale, la sua opera si pone a cavallo tra l’elettronica performativa e l’arte visiva.

Teatro

Come sceneggiatore esordisce nel 2019 con La Gabbia, pièce rappresentata al teatro Brancaccino di Roma. Ambientata in un carcere di massima sicurezza, l’opera mette in scena un mondo post apocalittico in cui i due protagonisti, seguendo un piano meticolosamente architettato, tentano di raggiungere la libertà.

L’autore si diletta sadicamente a giocare con lo spettatore che – ignaro del plot twist finale di hitchockiana memoria – viene trascinato e lanciato con violenza in un turbinio di domande che lo assilleranno per tutta la durata della pièce: perché i protagonisti sono in una cella d’isolamento? Che terribili atrocità hanno commesso? Perché portano le camicie di forza?

Il secondo progetto teatrale è Ismael. Portata in scena al teatro OFF/OFF, la pièce è liberamente ispirata a una storia vera. Il sipario si alza: un ufficio del CAAF, un ragazzo siriano in attesa del suo turno si perde tra i tasselli scomposti della propria memoria – dall’addio alla propria terra al viaggio che l’ha portato in Italia.

La Gabbia

Partiamo dal primo testo teatrale portato in scena: La Gabbia. Come nasce l’idea? Si può definire una pièce autobiografica?

La Gabbia nasce in una notte di irrequietezza. Mi sono alzato e ho iniziato a mettere per iscritto le sensazioni che stavo provando in quell’istante, immaginando di parlare col mio migliore amico, Pier (Max e Pier sono i protagonisti della pièce, N.d.A.). L’obiettivo era quello di denunciare verbalmente delle sensazioni vivide. Il risultato è stata la creazione di un contesto di reclusione e psicopatia: pur essendo un essere umano libero, pur sapendo di avere tutte le possibilità di fare e di muovermi come desideravo, in quel momento mi sentivo ingabbiato per via del cortocircuito che si stava creando fra me e il mio amico. In questo è autobiografico: nella sensazione, nello stato emotivo, non chiaramente nella descrizione dei fatti.

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La Gabbia rappresenta un teatro libero dalla convenzionalità e rientra perfettamente nella definizione di teatro contemporaneo avanguardistico. Come è stato accolto dalla critica?

Ci piaceva l’idea di smantellare il concetto di teatro tradizionale e di portare in scena qualcosa che fosse performativo e più vicino possibile a una installazione. Abbiamo lavorato molto con lo scenografo e col regista per trovare delle soluzioni che potessero scardinare le consuetudini. La critica ha accolto molto bene lo spettacolo, in particolare per quanto riguarda la sceneggiatura, ma nessuno ha sottolineato il lavoro scenografico dietro le quinte. In un certo senso penso sia un segnale positivo: il tutto è stato percepito come naturale anche se non lo era. Probabilmente il teatro in questo momento è aperto alle iniziative di tipologia contemporanea avanguardistica.

L’opera ha per protagonisti due soli personaggi le cui patologie sono molto specifiche. Quali ricerche hai eseguito per definire la loro psicologia? Hai chiesto il parere di esperti in materia?

Assolutamente sì: ho lavorato con mio padre, psicologo e psicoterapeuta. Mia madre pure è psicologa. Diciamo che ho una naturale inclinazione verso la psicologia nell’ambito della recitazione e della scrittura. Inoltre, questi due personaggi avevano bisogno di uno studio specifico: volevo dei dettagli che li rendessero plausibili, non veritieri; l’intento dell’opera non è documentaristico. Nello specifico abbiamo preso delle sfumature della sindrome di Asperger per i movimenti delle dita e degli occhi. Invece per i movimenti del collo ci siamo ispirati a quelli dei pappagalli. Al di là de La Gabbia, però, è un lavoro che faccio con tutti i personaggi che porto in scena per riuscire a dar loro profondità e vero-somiglianza.

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La tua però è anche una personale e intima introspezione mirata alla canalizzazione delle proprie patologie verso l’arte. Come a dire – giacché tutti ne siamo portatori più o meno sani, meglio sfruttare le nostre psicosi per generare nuove idee. Segui mai questo processo per la creazione delle tue opere?

Mi stai dando dello psicopatico [sorride scherzando]? Non saprei risponderti, credo di essere un artista molto istintivo: la mia patologia non la lascio mai alle spalle e influisce in tutti i miei lavori. Non la uso come uno strumento, perché probabilmente mi è ancora nascosta. La ricerca della propria patologia, per ognuno di noi, è infinita, perché è come una partita a scacchi contro te stesso. Credo che il mio io inconscio, quindi sia la parte negativa-nevralgica, sia la parte positiva-creativa, siano sempre presenti nel processo creativo. Non a caso, una volta mio padre mi disse «tutti gli esseri umani soffrono di una patologia, trova la tua e troverai la tua specialità».

La scenografia non è casuale: ripropone fisicamente la claustrofobia mentale che vivono i due protagonisti. È stata una scelta dettata dalla tua poesia interiore oppure una decisione presa di comune accordo col direttore artistico?

È stata una decisione presa di comune accordo col regista, Massimiliano Vado, lo scenografo Andrea Urso, il produttore Giampietro Preziosa, e il secondo attore Federico Tolardo, basata sulla poetica di quello che ho scritto. In questo li ringrazio tutti per aver dato voce e materia alle idee che si annidavano nella mia testa, ma alle quali ancora non riuscivo a dare consistenza. Nello specifico, la gabbia fisica è stata architettata dal regista, dallo scenografo e da me: eravamo indecisi se mettere semplicemente dello scotch sulla scena creando un quadrato, oppure se contestualizzarla costruendola. Volendo creare un’installazione, abbiamo deciso per la seconda opzione. Vorrei inoltre ringraziare Bianca Hirata, la fotografa, Tiziana Massaro, la costumista, Valeria Veneziani, la grafica: il mondo de La Gabbia ha oggi un volto grazie alla collaborazione e il sostegno di tutti loro che hanno partecipato attivamente al progetto.

Ismael

Ismael intreccia ricordi lontani, vividi nel loro dolore – il carcere, la perdita della madre e del fratello, la fuga, l’arrivo in Italia – ma alleggeriti dallo sguardo innocente di Ismael. Fa parte anche del tuo quotidiano modus vivendi questa “ismaeliana” filosofia di vita, ovvero il carpe diem dell’oggi, qui e ora?

Sono un ottimista di natura, e credo che la chiave del successo dello spettacolo sia dovuta anche a questo: sono stato il giusto canale per il giusto racconto. Ismael nasconde una enorme lacerazione interna, ma nonostante le tragedie lui ce l’ha fatta e per questo ride. Il carpe diem è parte integrante della mia filosofia di vita: ho rischiato così tante volte di morire che ormai mi godo ogni secondo. Non a caso uno dei motivi per i quali mi trovo così bene a Roma è legato al fatto che questa città è così grande e cosmopolita che rischi di non rivedere una persona una seconda volta, il che ti costringe a farti avanti sempre per non perdere alcuna occasione.

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Progetti musicali

Passando dal teatro ai progetti musicali, le tue sono definibili vere e proprie performance artistiche, integrate da proiezioni fotografiche e/o pittoriche. Uno stile che mira a riprendere la performance art degli anni ‘60 attraverso la partecipazione attiva del pubblico: penso a Rauschenberg, Kaprow e Oldenburg. Quanto ti ispiri ai grandi del passato e quanto c’è di tuo?

Mi ispiro alle fonti del futuro che ancora non esistono, cerco di vedere cosa è già stato fatto e di evitare di emulare il preesistente. Rispetto ai grandi del passato cerco di prendere il loro commitment verso i progetti che hanno realizzato, anche se chiaramente è sempre difficile non ripetersi.

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Ultraverse_cc è il tuo primo progetto, nato dalla collaborazione con diversi artisti appartenenti a varie discipline artistiche, il cui eclettismo mira all’unione di campane tibetane con l’electronic sound. Nel tuo processo artistico risenti di una qualche influenza da parte di musicisti quali Jacques o Fakear?

Sono entrambi amici, specialmente Jacques, ma non mi ispiro a loro. Ultraverse_cc nasce dall’esigenza di unire diversi stili musicali. Nella prima versione abbiamo unito cinque violiniste per poter fare un live di musica elettronica, quindi con elementi sintetizzati, accompagnato da strumenti acustici. Mi piace l’idea del reale mischiato al ready made dei suoni sintetizzati. Per quanto riguarda la collaborazione con i visual, stiamo cercando di creare un mondo inesistente, inventato completamente da noi.

Ti va di parlaci dei tuoi progetti musicali in cantiere?

Sto lavorando a due nuovi album: il primo è un progetto su Roland Topor, un grafico francese degli anni ‘70, al quale sto lavorando insieme a due ragazzi francesi, uno dei quali è il visual di Fakear. Il secondo, invece, si chiama INF¥NITO, al quale sto lavorando con la visual Ina Chen, e stiamo cercando di creare un macro-mondo futuristico con proiezioni live di ologrammi.

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Oana Ochiana
Historian of Art and History of Religion student

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