Come la leggerezza può salvarci dalla quarantena

Nazi-cinefili e snob della musica, mettiamo da parte gli intellettualismi inutili e quel tipico atteggiamento di superiorità: abbandoniamoci alla pura sete di cultura.

Prima dell’emergenza Covid-19, quando mi capitava di incontrare nuove persone e si prospettava davanti a me l’opportunità di approfondire la conoscenza, inevitabilmente si finiva a parlare di due cose: musica e cinema; probabilmente, per deformazione accademica e professionale della sottoscritta.

Le risposte, i dibattiti e gli scambi che ne conseguivano, col tempo, mi hanno spinta a operare una profonda riflessione sul debole confine esistente fra “essere un buon intenditore di” e “avere una grande cultura di”. Spesso, secondo il pensiero comune, queste due condizioni si equivalgono, mentre, grazie alla suddetta riflessione, ho capito che queste sono due condizioni ben distinte ma che possono eventualmente sovrapporsi e convivere pacificamente.

Cercherò di spiegarmi meglio e, per farlo, mi aiuterò con due conversazioni-tipo ispirate a fatti realmente accaduti.

Conversazione n. 1 – Argomento: Cinema

Conoscente 1: «[…] Amo il cinema. Il mio regista preferito è Quentin Tarantino.»

Sottoscritta: «Anche a me piace un sacco, mi gasa! Però forse il mio cuore appartiene a Lars Von Trier.»

Conoscente 1: – Silenzio cosmico che nasconde un “Von che?” –

Sottoscritta: – Astensione dal citare Sokurov, Agnès Varda, Truffaut, Fritz Lang e compagnia bella, per evitare ulteriore imbarazzo. –

Morale della conversazione: la persona che ho davanti, con molta probabilità, non è poi una così grande esperta di cinema, come vorrebbe far intendere – come non lo sono nemmeno io, al massimo posso dire di avere una laurea che garantisca la mia curiosità in materia. Non escludo però che abbia “buon gusto”, in fin dei conti è fan di un cineasta che ha realizzato alcuni dei più grandi capolavori della storia del cinema contemporaneo.  

Conversazione n. 2 – Argomento: Musica

Conoscente 2: «[…] Piuttosto, che musica ascolti?»

Sottoscritta: «Mah, ascolto di tutto! Mi piace proprio la musica in sé, quindi mi piace esplorare tutti i generi… Ultimamente sto scoprendo la Trap.»

Conoscente 2: «Ah! Beh, io ascolto musica vera: Led Zeppelin, Jimi Hendrix, Dire Straits, […]» 

Sottoscritta: – Astensione dal fare un meadley capace di racchiudere: Donizetti, Elvis Presley, Beastie Boys, Nirvana, Micheal Jackson, Tupac, Alt -J, Beyoncè, Paolo Meneguzzi, David Guetta, Joy Division, Calcutta, Dumbblonde, Oasis, Adele, The Doors, Bob Marley, Gigi d’Agostino, The Queen, Carmina Burana, Dub FX, Donatella Rettore, Chinese Man, Rino Gaetano, Steve Aoki, Pink Floyd ed Elettra Lamborghini feat. Myss Keta. Ovviamente, a causa delle scarsissime doti canore della sottoscritta. –

Morale della conversazione: la persona che ho davanti ha sicuramente un “buon gusto”, apprezza, infatti, leggendarie icone del Rock ma, dal mio punto di vista, non possiede una grande cultura musicale, piuttosto, ha un approccio da “snob” a questo tipo d’arte.

È grazie a queste conversazioni-tipo che emerge il succo della mia riflessione: se ami le cosiddette leggende del cinema o della musica non significa automaticamente che tu abbia una cultura superiore in materia, probabilmente hai solo un gusto fine. Così come, se ascolti canzoni neomelodiche italiane e guardi spaghetti-western, non significa che tu sia un buzzurro incapace di apprezzare e conoscere la chanson française o il cinema africano.

Credo, infatti, che la cultura musicale e/o cinematografica dipendano da quanto siamo aperti a scoprire fino in fondo queste forme d’arte, prendendole per ciò che sono: espressioni di epoche passate e presenti, in luoghi e società differenti.

È la nostra capacità di ascolto e visione priva di pregiudizio che determina la portata della nostra cultura in materia, non il talento comunemente riconosciuto degli artisti che seguiamo e amiamo. Puoi ascoltare Britney Spears anche se il tuo cuore appartiene a Frank Sinatra; puoi guardare Checco Zalone ma aver donato la tua anima ad Akira Kurosawa; puoi conoscere a memoria le canzoni di Bruce Springsteen ma aver il poster di Lady Gaga in camera; puoi aver visto tutti i film di David Lynch ma ridere a crepapelle davanti ai film dei fratelli Vanzina.

Oggi più che mai, credo che questa presa di coscienza possa salvare il mondo – o, perlomeno, la quarantena di molti. Mai come in questo periodo – in cui il mio umore è peggio di un’altalena imbizzarrita, il coraggio si trasforma casualmente in paura, la lucidità scompare e riappare in poche frazioni di secondo – mi è utile questa “lezione”, nonché il mio neonato tentativo di ampliare più che posso la mia cultura musicale e cinematografica, andando oltre qualsiasi preconcetto.

 Se prima cercavo in modo compulsivo film che potessero darmi lo stesso pugno nello stomaco de Eternal Sunshine of the Spotless Mind; che potessero darmi lo stesso piacere visivo dell’armonia cromatica dei film di Wes Anderson; che potessero disturbarmi quanto La montagna sacra; oggi ho bisogno della spensieratezza de La verità è che non gli piaci abbastanza e della comicità de Una notte da leoni. Oggi mi ringrazio infinitamente per essere andata oltre gli intellettualismi e cantare a tutto volume Pompo nelle casse per svagarmi, come posso, fra queste quattro mura.

Concludo con una citazione che penso possa fare al caso mio:

Prendete la vita con leggerezza. Che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.

Italo Calvino, Lezioni americane

Copertina: Retha Ferguson

Davinia Di Pietro
Media project specialist currently living in Verona, Italy.

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