Stephen Shore: dalla Factory a Instagram

I social si prenderanno il merito di averla esasperata, ma l'attrazione per il quotidiano non è certo una novità per un fotografo come Stephen Shore.

In questo periodo è più che mai necessario continuare a parlare di cultura, sfruttando anche le infinite possibilità di condivisone offerte dal web. Sono molteplici le conferenze e gli incontri online messi a disposizione gratuitamente da scuole ed enti di vario genere. Dalle masterclass organizzate dal MoMA di New York, alle lezioni sull’arte contemporanea offerte dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. In occasione di uno degli interessanti webinar di una Scuola di fotografia di Pescara, ho avuto la possibilità di scoprire l’opera di Stephen Shore.

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I paesaggi americani

Nato a Manhattan nel 1947, Stephen Shore è considerato uno dei fotografi più influenti dell’ultimo secolo, in particolare per le riprese di caratteristici paesaggi nordamericani.

Lo sguardo vergine di un ragazzo che a soli 23 anni si allontana per la prima volta da Manhattan con la sua 35 mm è impresso in modo sostanziale nella raccolta American Surfaces del 1972. Soggetti anonimi ripresi nella loro quotidianità, oggetti domestici, angoli di sobborghi di città e segnali stradali sono ripresi senza pretese in scatti a colori che sembrano istantanee amatoriali.

All’82 risale Uncommon places, documentazione di un altro road trip, durante il quale, in simbiosi con la sua fotocamera a medio formato, il fotografo riprende ambienti e situazioni che racchiudono lo spirito dell’America anni Ottanta, un paese ormai plasmato dall’impronta dell’uomo.

La decontestualizzazione e il modello consumistico americano

Grazie a queste raccolte Shore è divenuto uno dei pionieri della fotografia a colori. Sono proprio i colori saturi, costanti nei suoi lavori, come anche la decontestualizzazionee l’estraniamento dei soggetti presenti nelle foto, a permettere di accostare la poetica di Shore alla corrente artistica della Metafisica. Auto parcheggiate davanti a pareti rocciose e cabine telefoniche poste nel nulla, sono collocate all’interno di luoghi caratterizzati da una sospensione temporale che ricorda molto i quadri di De Chirico.

Ma l’opera di Shore può essere anche associata alla Pop Art. Come gli artisti della Pop guardano al mondo esterno, agli oggetti, alle merci, senza alcuna pretesa di approfondimento psicologico, così i suoi occhi fotografici documentano la nuova realtà del modello consumistico americano.

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Motel, angoli di strade dimenticate, persone incontrate casualmente, particolari di stanze, luoghi rurali, parcheggi, benzinai – gli stessi che troviamo anche in Ed Ruscha – diventano parte integrante di una società improntata al consumismo, alla mondanità e al kitsch.

Fotografavo ogni cibo che mangiavo, ogni persona che incontravo, ogni cameriere o cameriera che mi serviva, ogni letto in cui dormivo, ogni gabinetto che usavo.

Stephen Shore

L’estetica dell’ordinario

Un’estetica dell’ordinario, dunque. La bellezza di soggetti/oggetti banali, paragonabili al sacchetto che Ricky Fitts, protagonista di American Beauty – film del 2000 della regia di Sam Mendes – riprende in una di quelle giornate: «in cui tra un minuto nevica e c’è elettricità nell’aria, […] e questa busta era lì. È stato il giorno in cui ho capito che c’era tutta un’intera vita dietro ogni cosa […]. A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla…».

Gli anni trascorsi alla Factory

Similmente Shore ci insegna a prestare attenzione ad ogni attimo della nostra vita, in modo tale da avere esperienza di ogni singolo particolare, anche di quello più insignificante. Una sorta di epifania che ebbe quando, nel 1967, conobbe Andy Warhol. I due anni trascorsi a fianco del re della Pop Art nel suo epicentro culturale, la famigerata  Factory, avevano rappresentato per Shore un punto di svolta. Dopo di questi iniziò ad avere una nuova visione estetica del mondo che lo circondava.

Di questi anni è il diario in bianco e nero Factory, composto da scatti, stilisticamente vicini all’istantanea, delle icone pop dell’olimpo della mondanità – Edie Sedgwick, Lou Reed, Yoko Ono, Paul Morrisey, …- che Shore riesce ad umanizzare, piuttosto che glorificare, mostrandole nei loro momenti di pausa tra riprese di filmati e raduni edonistici.

L’account Instagram

Shore, sempre al passo con i tempi, ha ora il suo account personale su Instagram, dove raccoglie e condivide immagini profane di vita quotidiana in stile snapshot. Da fogli accartocciati trovati lungo la strada a primi piani del suo animale domestico. D’altronde, cosa, meglio di questa piattaforma, permette a tutti noi di condividere la bellezza dell’ordinarietà?

Photo: Stephen Shore by Nathaniel Paluga

Serena Gaudenziohttps://ulaimedia.it/
Studentessa di moda e blogger. Fai della tua vita un'opera d'arte.

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