La danza alla prova della pandemia: la storia di Shahrzad

«Voler urlare alla crisi della danza in tempi come questi è come lanciare un sassolino su una catena montuosa».

Shahrzad è una ragazza italiana di 25 anni. La madre è originaria della Sicilia mentre il padre è un rifugiato politico che viene dall’Iran. Si chiama Shahrzad come la principessa di Le Mille e una Notte, nome vietato dal regime islamico in Iran perché simbolo dell’emancipazione femminile. È insegnante di tecnica classica e danzatrice della compagnia di ricerca Rename Company di Milano.

Negli ultimi due anni si è avvicinata al mestiere di coreografa, anche se per mantenersi ha un lavoro part-time come segretaria. Danza dall’età di tre anni e sono state più le persone che l’hanno scoraggiata rispetto quelle che l’hanno spinta a coltivare la sua passione: 

«Di arte non si vive, non è un lavoro sicuro, è un mondo difficile e competitivo, è rarissimo avere successo: me lo hanno detto i miei genitori per paura, molti insegnanti, alcuni artisti timorosi nei confronti delle generazioni future. Ma io non sono una persona che si lascia sconsigliare, anzi.» 

La danza è tutto per Shahrzad, e in un momento difficile come questo, dove di fronte al dilagare della pandemia ogni aspetto della nostra esistenza sembra essersi fermato, bloccato in un fermo immagine non richiesto, ci chiediamo come faccia la danza, che è essenzialmente “movimento”, a non subire la stessa battuta d’arresto. Di seguito le sue parole.

La danza ai tempi del Covid-19

Stiamo tutti vivendo un periodo complicato, emotivamente ma non solo: l’obbligo della quarantena, il cambio drastico di tutte le nostre abitudini. Di colpo ci siamo ritrovati a dover proiettare il nostro mondo in un contesto più globale, in una prospettiva dove le nostre azioni hanno delle conseguenze sulla realtà che ci circonda e che siamo abituati ad immaginare indipendente da noi. Come possiamo sfruttare questo virus perché ci faccia anche del bene? Le nostre agende si sono svuotate, le possibilità di distrazione o di intrattenimento sono diminuite e ci è impossibile incontrare amici, colleghi, insegnanti, collaboratori a loro volta in quarantena.

Una delle conseguenze più pesanti della solitudine è l’essere costantemente spinto a guardare te stesso, prospettiva da cui normalmente tendiamo a fuggire ancora prima di rendercene conto. Un pensiero scomodo bussa alla nostra testa, chiamiamo un amico per chiedergli di uscire, ci poniamo una domanda su noi stessi a cui non sappiamo rispondere e accendiamo la tv per pensare ad altro. I mezzi di evasione ci sono e molti, nonostante la quarantena. Ma siamo tutti più portati a confrontarci con noi stessi: con quello che siamo, che non ci piace o che ci piace di noi. Pensiamo ai desideri che abbiamo e ignoriamo ogni giorno, alle infelicità e ai nostri incubi. Forse è proprio questo dialogo con noi stessi che può esserci utile di questo periodo, se solo noi gli permettessimo di esistere.

Danza… che?

I danzatori converranno con me quando dico che la danza non è esattamente uno degli argomenti di riflessione più in voga negli ambiti artistici, ed è per questo che, come dice in uno dei suoi interessantissimi articoli Lia Courrier, la danza è spesso detta “la cenerentola delle arti”, perché gode di un’attenzione piuttosto scarsa. Eppure in questo momento di stop generale si ha più tempo non solo per dedicarsi alle cose che ci interessano (quelle che si possono fare a casa, chiaramente) ma anche per scoprirne di nuove.

Voler urlare alla crisi della danza in tempi come questi è come lanciare un sassolino su una catena montuosa. Solo le figure strettamente collegate all’ambito lavorativo (anche se non tutte purtroppo) conoscono la situazione della danza, le crisi ed i problemi, come gli aspetti fertili e funzionanti di questa particolarmente elitaria forma artistica. Elitaria intesa non per mettere su un piano più elevato chi la ama, ma per sottolineare il fatto che a seguire ed interessarsi della danza è un numero davvero esiguo di persone. Ma come possiamo aspettarci che le persone che non conoscono la forma d’arte di cui ci occupiamo ci ascoltino in momenti difficili come questi, se siamo i primi a non aver mai ampliato la nostra prospettiva su quello che facciamo?

Cosa farne della danza in tempi di Covid, quindi?

E se fossimo noi a fare un primo passo, e utilizzare questo tempo “morto”, che possiamo rendere poco produttivo a livello pratico, per provare a riflettere su quello che generalmente facevamo solo col corpo? Si potrebbe andare incontro a quella “zombieficazione” del danzatore, per dirla con le parole suggestive di Rick du Fer (podcast Daily Cogito), che rende spesso le persone che si occupano di danza dei meri esecutori, imitatori di movimenti, vuoti di ogni sistema di pensiero e di conoscenze, vuoti di ogni spirito critico e che rendono la danza così priva di vitalità.

Si può cominciare a riflettere, conoscere, leggere, approfondire quello che in genere facciamo solo in una sala di danza. E poi si può spiegare alle persone quello che facciamo e, al posto di lamentarci come prima cosa, si può sfruttare questo momento di crisi per informare le persone di come funziona la danza, di cosa comporta, di come ci si approccia. Ma per non alimentare le conoscenze superficiali e gli stereotipi che spesso tengono lontana un’importante fetta di pubblico dalla danza, possiamo prenderci del tempo per pensare a noi, per ripensare, per ripensarci in una prospettiva nuova; per poter riflettere su quello che amiamo, la danza, tutto quello che ci succede ai tempi del Covid-19.

Il posto, coreografia di Shahrzad

Copertina: La danza (1909), Henri Matisse

Nicole Chioccariello
Più nouvelle vague, meno nouvelle cuisine.

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