L’incubo dell’isolamento sociale nella serie cult “The Prisoner”

Con sguardo straordinariamente proiettato al nostro presente, The Prisoner anticipa la deriva tecnocratica delle società moderne, identificandosi quale imperdibile cult seriale un ventennio prima di Twin Peaks.

Dopo settimane di forzata clausura e di isolamento sociale, con tutte le inevitabili conseguenze psicologiche del caso, in molti potremmo percepire la realtà come l’avveramento dei più fantascientifici propositi, assorbiti in quasi un secolo di cultura massmediatica. Ancora frastornati dal cambiamento epocale che ci ha investiti, assistiamo ai primi allentamenti dei divieti senza riuscire ad immaginare cosa ci aspetta dopo. Non c’è da stupirsi se stazionando in questa situazione di stress sono emersi e si sono protratti senso di prigionia, comportamenti compulsivi, ansia generalizzata, stato di allerta.

Attualità e distopia

Quando poi Mediaset presenta in prima serata il film Contagion di Steven Soderbergh, una sorta di grottesca ironia appare evidente e il dibattito sul tempismo tematico del palinsesto infuria tra gli utenti social. Il profetico noir del regista statunitense rientra in un immaginario distopico che la cinematografia ha saputo raccontare più volte nel corso degli ultimi decenni (da L’esercito delle 12 scimmie a Train to Busan, da Virus Letale a 28 giorni dopo). Eppure c’è un prodotto televisivo che forse più di altri ha saputo anticipare in modo sorprendente i contenuti d’impatto sociale che oggi ci coinvolgono. Dobbiamo necessariamente scoprire (o riscoprire) The Prisoner.

Nel lontano 1967 la televisione non aveva il rilievo che ha oggi e le Serie Tv non vivevano l’epoca d’oro che attraversano nella sovrabbondante offerta delle odierne piattaforme streaming (a fronte di un incremento della fruizione media dal +155 al +234% in questo lockdown). A più di 50 anni dalla messa in onda del primo dei 17 episodi che compongono The Prisoner, buona parte della sua attualità si mantiene, specialmente se rapportata alle nostre vite segregate.

Tra Fantapolitica, Foucault e Grande Fratello

Patrick McGoohan in The Prisoner. Source: The Telegraph (CREDIT- ITV / REX FEATURES / SHUTTERSTOCK)

Un agente governativo britannico ha rassegnato improvvisamente le sue dimissioni. Narcotizzato e rapito da sconosciuti, si risveglia nel Villaggio, una località segreta in cui sono trattenuti individui in possesso di dati sensibili. In questo apparente luogo di villeggiatura tutti sono espropriati dell’identità e definiti da un numero. Il nuovo prigioniero, il Numero 6, è l’unico che non accetta questa detenzione dorata e spersonalizzante, cercando di mantenere la propria dignità di individuo cosciente e dal pensiero indipendente.

L’obiettivo del sistema di potere del Villaggio, basato sul foucaultiano assoggettamento, è invece quello di piegarlo nelle più svariate modalità (lavaggi del cervello, incessante controllo, tradimenti ed inganni continui, ipnosi, uso di droghe allucinogene, furto d’identità, manipolazione dei sogni), così da ottenere una conversione totale ed una guarigione dal suo rifiuto d’integrarsi.

Patrick McGoohan e la produzione

Quando Patrick McGoohan propone alla casa di produzione ITC questo progetto inedito, è un attore già popolare per numerose parti da angry young man, ma soprattutto per il ruolo dell’agente segreto John Drake nella serie di spionaggio Danger Man (1960), che gli è valso la proposta per interpretare James Bond nel primo capitolo dell’Agente 007 – Licenza di uccidere.

Disgustato dall’immoralità del sentimentalismo spicciolo e della violenza esagerata che caratterizzavano il personaggio di Bond, McGoohan aveva declinato, favorendo l’ascesa di un certo Sean Connery. Il leggendario produttore della ITC, Sir Lew Grade, coglie al volo l’assonanza e la plausibile continuità tra Danger Man e The Prisoner, lasciando pure che il pubblico britannico confonda i due protagonisti.

Il concept di The Prisoner, imperniato su di un uomo realistico e capace di affermarsi con la sola forza della propria arguzia, viene sviluppato dallo stesso McGoohan, in collaborazione con George Markstein, giornalista che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva appreso dell’esistenza di strutture in cui venivano trattenuti ex agenti segreti in possesso di informazioni di valore.

La produzione viene affidata alla Everyman Films Ltd., una piccola compagnia fondata dallo stesso McGoohan insieme all’amico scrittore David Tomblin. Le riprese vengono invece realizzate nel bizzarro complesso turistico di Portmeirion, nell’impronunciabile località di Penrhyndeudraeth (Galles del Nord). Grazie all’architettura di Bertram Clough Williams-Ellis, l’antico borgo di pescatori rinnovato con stilemi italianeggianti e quasi Neo-Palladiani diventa l’altro fondamentale personaggio della serie. 

Patrick McGoohan in The Prisoner
Patrick McGoohan in The Prisoner. Source: The Telegraph

«Io non sono un numero! Sono un uomo libero!»

Per comprendere il senso della sofisticata riflessione sulla condizione umana in The Prisoner, sospesa tra gli angoscianti incubi burocratici kafkiani, occorre deviare brevemente sul contesto storico di riferimento. Nel solco profondo della controcultura sessantottina e della reazione alla società capitalistica che si stava consolidando a seguito del boom economico, l’individuo si perdeva in un mondo sempre più globalizzato, nell’edonismo della Swinging London, nella contestazione giovanile.

Il Villaggio non è altro che una riproduzione su piccola scala di un nuovo modello globale, il superamento definitivo del bipolarismo da Guerra Fredda. A fronte di una democrazia di facciata, le redini del Villaggio sono in mano al misterioso Numero 1, che agisce per tramite dei suoi sottoposti, i Numeri 2 che si succedono negli episodi.

Questo Stato-ombra totalizza e monitora attraverso molteplici telecamere ogni aspetto del quotidiano, con un aumento esponenziale dei dispositivi di controllo di fin troppo evidente ascendenza orwelliana. Come non percepire un’eco sinistra sentendo parlare in questo periodo di autocertificazioni, App Immuni e norme restrittive?

Se il dominio della Tecnica, l’ineluttabile sviluppo tecnologico, travalica ormai l’uomo stesso (come messo in luce dal filosofo Galimberti) e lo fa schiavo, il desiderio del protagonista di The Prisoner rimane costantemente quello di sfuggire al controllo opprimente e all’omologazione.

La sottile rete di azioni ripetitive

In un tale trionfo di concetti cari alla New Wave e in una commistione di generi diversi (tra fantascienza, spy story, avventura, persino western e commedia sentimentale), gli elementi di continuità orizzontale nella narrazione riconfermano una certa stasi, una ripartenza dal livello zero del volutamente non invincibile eroe.

Si tratta di una sottile rete di azioni e comportamenti simili: i consueti risvegli del Prigioniero nella propria dimora, le sue traiettorie nello spazio del Villaggio che non può abbandonare, i tentativi di fuga puntualmente bloccati dagli sferici Rover, gli scontri e i combattimenti. Ho raccolto tutte queste reiterazioni in un mash-up audiovisivo, con l’intento di riformulare un’inedita struttura utilizzando spezzoni, musiche ed effetti sonori originali.

L’atmosfera surreale e le trame innovative di The Prisoner parlano del desiderio di rimanere quello che siamo: incompleti, imperfetti, irrisolti ma (infelicemente) umani. Teniamolo a mente in questo imminente ed incerto futuro.

Copertina: Patrick McGoohan in The Prisoner | Source: The Guardian

Davide Lucatello
Digital media specialist | Cinema, audiovisual and art history researcher

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