Food Art non è fotografare una torta (nemmeno se sei Iginio Massari)

Breve storia della raffigurazione del cibo nell'arte dall'antichità all'era digitale.

Su instagram si contano quasi 9 milioni di foto per l’hashtag #foodart. Peccato che il 99% di queste siano banali immagini di pietanze. Per una maggiore consapevolezza sull’argomento urge quindi un ripassino in storia dell’arte.

Gli albori della Food Art

La storia della raffigurazione del cibo nell’arte (alias Food Art) è antica quanto la storia della civiltà. Gli egizi erano soliti raffigurare il cibo sulle pareti delle piramidi come fonte di nutrimento per l’aldilà. Anche i romani includevano spesso del cibo nelle loro raffigurazioni per dimostrare ospitalità e ricchezza. 

L’imperatore Rodolfo II in veste di Vertumno” di Giuseppe Arcimboldo, 1590 circa, (Collezione: castello di Skokloster, Svezia)

Nel 1500 le celebri e inquietanti Teste Composte di Giuseppe Arcimboldo, mescolavano elementi vegetali e animali sostituendoli ai tratti somatici del soggetto. 

Citiamo poi il movimento del Pronkstilleven (in olandese, “ostentata”, “ornata” o “sontuosa” natura morta), uno stile di pittura decorativa sviluppatosi a partire dal 1640 ad Anversa. È uno dei movimenti caratteristici del cosiddetto “Secolo d’oro” olandese. Gli artisti del Pronkstivallen raffigurano una varietà di oggetti, frutti, fiori e selvaggina morta, spesso insieme a persone e animali viventi. Gli oggetti hanno un significato simbolico e suggeriscono la transitorietà e l’impermanenza della ricchezza e dei beni materiali.

E per finire, come non ricordare le nature morte con mele e arance di Sezanne o i mazzi di asparagi di Édouard Manet? In questo caso la raffigurazione della frutta e degli elementi vegetali è subordinata ad un’indagine della realtà, tipicamente impressionista, sui volumi e i colori. 

Il manifesto della cucina futurista 

Il punto di svolta nella storia della Food Art (così come dell’arte in generale) è sicuramente riconducibile al Futurismo. Nessuno ha mai amato il nuovo e la cesura come Filippo Tommaso Marinetti, primo artista dell’era moderna a pensare alla preparazione e al consumo del cibo come forma d’arte e di provocazione

Immagine tratta da “La cucina futurista” di F. T. Marinetti e Fillia, 1932

Nel 1932 Marinetti pubblica assieme a Fillìa, La cucina Futurista, libro-manifesto della propria rivoluzione gastronomica, che comprende: l’abolizione delle posate, della pastasciutta e dei condimenti tradizionali, l’audacia di proporre  accostamenti inusuali tra gli ingredienti, il cibo come spettacolo e sinestesia di sapori, profumi, musica e poesia. Come tutti gli aspetti della vita, anche la cucina, secondo Marinetti, doveva essere rifondata alla luce dei nuovi valori della modernità. 

Il Manifesto della cucina futurista e tutto il dibattito che vi sta attorno, anticipa di molto quello che sarà l’utilizzo del cibo nell’arte a partire dalla seconda metà del ‘900.

Tra Pop Art e Food Art

I primi eredi di Marinetti sono gli artisti della Pop Art, corrente artistica che nasce negli anni ’60 a New York e che si fa portavoce della non-creatività della civiltà di massa (Giulio Carlo Argan, L’arte moderna 1770-1970, pubblicato nel 1970). 

In un numero della rivista Life del 1964 Calvin Tomkins recensisce una mostra intitolata The American Supermarket, tenutasi nello stesso anno a New York, nella Galleria Bianchini sulla East 78th Street. La mostra replica in tutto e per tutto le fattezze di un supermercato. Al suo interno non sono esposti semplici generi alimentari ma vere e proprie opere d’arte (ricostruzioni non fedeli dei generi alimentari stessi). Alla mostra partecipano 6 artisti dal calibro di Andy Warhol (con le celebri zuppe Campbell), Maria Inman, Robert Watts. L’articolo di Tomkins intitolato “Art or not, is food to thought” è interessante in quanto pone l’attenzione sul perché tanti giovani artisti abbiano scelto proprio il cibo come argomento di dibattito.

Il cibo è sempre stato in giro, per prima cosa, e ha sempre avuto un solido posto nell’arte. […] Oltretutto, il cibo del supermercato è davvero americano.

Calvin Tomkins, Life, 1964

Anche l’artista svedese naturalizzato statunitense Claes Oldenburg concentra la propria ricerca sul cibo quale rappresentazione del consumismo nella società americana. Attorno agli anni sessanta, realizza enormi sculture di gesso dipinto raffiguranti gelati, hot-dog, hamburger giganti e tutti i cibi tipici dell’ipernutrita popolazione americana. 

Floor burger“, Claes Oldenburg, 1962

Sempre nell’ambito della Pop Art americana, Roy Lichtenstein utilizza il cibo come modo per rendere più labile la distinzione tra arte alta e alta bassa. Attraverso gli strumenti tipici del mondo pubblicitario e dei fumetti, nonché il celebre puntinato Ben-Day (la sua cifra stilistica), l’artista trascorre un decennio a rappresentare still-life di cibi e vivande.  

Arte Concettuale

Gli artisti concettuali, sulla scia di Marinetti e della Pop Art, usano il cibo per spostare l’attenzione dai valori dall’opera in sé ad altri concetti: l’idea stessa di arte, fino a toccare tematiche politiche, economiche e sociali. La Food Art in ambito concettuale ha sempre di più un intento provocatorio.  

Per l’artista e poeta svizzero Dieter Roth (1930-1998), riconducibile al movimento Fluxus, il cibo è un materiale artistico al pari della pittura e anzi, ha valori olfattivi, cromatici e plastici addirittura superiori. Il cibo si degrada, si trasforma, permettendo all’opera di acquisire forme inattese. Memorabile è lo scandalo provocato dalla mostra Staple Cheese (A Race) alla Eugenia Butler Gallery (Los Angeles, 1970). Per l’occasione Roth predispone 37 valigie piene di formaggio che lascia fermentare. Pochi giorni dopo l’apertura della mostra le autorità sanitarie ne impongono la chiusura mentre l’artista dichiara che larve e mosche erano proprio il pubblico che si aspettava. L’installazione non viene mai venduta e molti anni più tardi, Jim Butler, marito della gallerista, abbandona definitivamente le valigie gettandole nel deserto. 

Il cibo come provocazione nelle performance

Negli stessi anni, le femministe Miriam Schapiro e Judy Chicago affittano una casa a Los Angeles per dar luogo a una installazione/performance: nella sala da pranzo imitano il processo seguito dalle bambine per giocare alla case delle bambole, al fine di mettere in luce la disparità di aspettative tra i generi. 

The Dinner Party“, Judy Chicago, installed at the Elizabeth A Sackler Center for Feminist Art in the Brooklyn Museum in Brooklyn, NY.

Nel 1974 Judy Chicago riprende il tema della tavola da pranzo nell’epica installazione The Dinner Party (La cena). Una tavola triangolare di circa 15 metri per lato, che ospita 39 posti a tavola apparecchiati, ognuno dei quali rappresenta una figura storica femminile. Fra le altre donne rappresentate ricordiamo: Teodora, Eleonora d’Aquitania, Artemisia Gentileschi, Isabella d’Este e Virginia Woolf. Man mano che la linea del tempo converge sul presente, i piatti diventano sempre più tridimensionali, a simboleggiare la crescente libertà e il potere politico delle donne.

Per Joseph Beuys (1921-1986), punto di riferimento delle correnti concettuali nell’arte della seconda metà del ‘900, l’arte è l’unica forza veramente rivoluzionaria, che permette attraverso la creatività e la libertà di fare della vita una “scultura vivente”. L’interazione umana, incluso il mangiare insieme, è quindi concepita come una forma d’arte in sé. Sul filo di questa teoria, durante gli anni ’90, l’artista tailandese Rirkrit Tiravanija cucina e serve del cibo ai frequentatori di gallerie, disseminando lo spazio espositivo di pentole e piatti sporchi. 

La Food Art nell’era digitale

Arrivati a questo punto della lettura avrete ormai capito che, anche se ci avete impiegato ore per sfornarle, le foto delle vostre torte non sono riconducibili al concetto di Food Art. Quali sono dunque le declinazioni di Food Art nell’era digitale?

Per rispondere alla domanda, come non citare l’opera di Cattelan, artista padovano noto per le sue opere provocatorie e dissacranti (…). La banana attaccata con lo scotch alla pareti della fiera d’arte contemporanea Art Basel Miami nel 2019 ha scatenato un vero e proprio putiferio nell’opinione pubblica. Come nota il New York Times:

La banana ha suscitato un dibattito sia serio sia spensierato su ciò che costituisce l’arte e su ciò che ha valore.


Robin Pogrebin, Dec. 8, 2019, New York Times

Ora la banana di Cattelan ha un suo account Instagram che raccoglie le citazioni più disparate: dalla copertina del Time ad una pubblicità del McDonald.

Una diversa interpretazione della Food Art in era digitale la propone Dan Cretu. L’account Instagram di Cretu è pieno di immagini concettuali e collage digitali che utilizzano il cibo (e altri oggetti della contemporaneità) in modo ironico e dissacrante. È così che un trancio di salmone diventa il fondoschiena di un gatto, mentre i volti de Gli Amanti di Magritte prendono le sembianze di due palline di gelato. La reinterpretazione dei quadri celebri (come anche L’urlo di Edvard Munch che si materializza nelle venature di una bistecca) porta a compimento la spinta iconoclasta dell’arte concettuale con l’appeal visivo che richiede il web.

Nota: per questo articolo non è stato ucciso nessun hashtag.

Nicole Chioccariello
Più nouvelle vague, meno nouvelle cuisine.

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