Francesco Savini: «Maratoneti è nata come una nota sul cellulare»

L'epifania su una generazione di " nati stanchi".

Francesco Savini è un cantautore abruzzese classe 1996. Scrive canzoni da quando ha quattordici anni finché nel 2016 si trasferisce a Milano per studiare presso l’università di musica fondata da Franco Mussida della PFM. Qui entra in contatto con la realtà indipendente della città. Nel 2019 entra al Blapstudio di Antonio Polidoro per incidere i suoi primi brani, il primo dei quali si intitola Maratoneti.

Fuori da mercoledì 7 ottobre 2020 in collaborazione con Artist First, Maratoneti nasce tra gli sferragli dei binari e i rumori del traffico cittadino. In questo primo singolo Francesco Savini mette in musica le proprie riflessioni esistenziali e le proprie considerazioni su una generazione che forse non capisce bene nemmeno sé stessa, persa tra una fila al bar, un libro che fa vivere una vita parallela, una lamentela sui propri acciacchi fisici precoci.


“Maratoneti parla della svogliatezza giovanile, ma parla soprattutto di me, ed è un po’ uno sfogo per cercare di auto-stimolarmi a vivere questi anni in maniera più densa possibile.”

Francesco Savini
Francesco Savini

L’intervista di Ulai

Come e quando hai iniziato a suonare?

Ho iniziato a suonare la chitarra a 8 anni e solo verso i 13 a cantare. Sono sempre stato un ragazzo timido, non mi mettevo mai in mostra e ricordo che il giorno del mio primo concerto speravo che piovesse così da non dover suonare più. Purtroppo era sereno ed è grazie a quel giorno che la mia vita e le mie priorità sono cambiate del tutto. 

Come nasce una tua canzone?

Solitamente le mie canzoni nascono da un testo. Sono una persona che pensa molto e non riesco sempre a trattenere tutto dentro; scrivere è la prima cosa che faccio. Sfortunatamente passo il 90% delle mie giornate fuori casa, per questo motivo ho il telefono pieno di note che trasferisco sul computer la sera quando torno a casa, poi imbraccio la chitarra e creo la mia musica. 

Raccontaci qualcosa di più del brano Maratoneti e del significato che sta dietro alla canzone. 

Maratoneti è nata come una di quelle note sul cellulare. L’ho scritta sul tram n°5 in direzione Niguarda. Ero all’altezza della Stazione Centrale quando ho iniziato a pensare a quanto i ragazzi della mia generazione, me compreso, si sentano stanchi dopo aver trascorso una giornata di totale nullafacenza per poi essere i primi a passare le serate al bar a bere birra fino a tarda notte. Personalmente non la vedo come una critica, ma come un modo per far riflettere una generazione svogliata ma con delle potenzialità enormi. 

Si tratta di un brano autobiografico?

Maratoneti parla soprattutto di me. Tante volte mi sono chiesto se stessi davvero godendo una città come Milano, che offre tanto ma non aspetta nessuno. Quindi sì, è un brano autobiografico ma è anche uno sfogo per cercare di autostimolarmi a vivere questi anni nella maniera più densa possibile. 

Quali sono i tuoi principali riferimenti in ambito musicale? Che sonorità ti attraggono maggiormente?

Fin da quando sono piccolo ho sempre preferito ascoltare la musica internazionale a quella italiana. Ho scritto le mie prime canzoni in inglese perché per un ragazzino che a 14 anni ascoltava Bon Jovi, Guns N’ Roses, AC/DC, Aerosmith; l’italiano era un linguaggio sbagliato per scrivere canzoni. Solo più tardi ho capito quanto fosse bella la lingua italiana e i tantissimi suoni che riesce a regalare. Così ho iniziato ad ascoltare Cesare Cremonini, Lucio Dalla, Eros Ramazzotti, Vasco Rossi e tanti altri e negli ultimi anni mi sono affezionato alla scena indipendente italiana. 

È difficile emergere come cantautore a Milano?

Al momento non so dare una risposta. Il progetto è estremamente giovane quindi non so ancora cosa mi attenderà in futuro. Ciò di cui sono sicuro è che la scena milanese è ricca di artisti validi ed interessanti e ho una voglia matta di suonare insieme a loro, conoscerli, confrontarmi.  

Quanto è importante per te fare musica e quanto tempo occupa la musica nelle tue giornate?

Fare musica è un bisogno. È il motivo per cui la mattina mi alzo dal letto e non sprofondo. Mi ha regalato tantissimo in questi anni e spero mi regalerà ancora tanto. Occupa tutta la mia giornata perché è ciò che studio; sono prossimo alla laurea triennale in canto pop, quindi anche se a volte mi andrebbe di buttarmi sul letto e sentirmi stanco senza far nulla, non posso perché devo studiare. 

Definisciti con una frase.

Vorrei fare come Adriano Meis. 

Ascolta Francesco Savini nella nostra playlist Indie Radar #2020:

Produzione artistica, voce, chitarra, tastiere, musica e testi: Francesco Savini
Chitarra: Daniel Zanaboni
Basso: Luigi Cerbone
Batteria: Luca Sernesi
Brano registrato e mixato da: Antonio Polidoro (Blapstudio, Milano)
Mastering: Claudio Giussani (Energy Mastering, Milano)
Artwork: Riccardo Schietroma
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