Viaggio nella Street Art: dal Wallabe Festival, intervista allo street artist Run

Davide e Giulia ci accompagnano in un viaggio volto a ricostruire un tassello di un fenomeno tipicamente contemporaneo: la Street Art.

La teoria delle finestre rotte

Mai sentito parlare della “teoria delle finestre rotte”? Nel 1969 il professore statunitense Philip Zimbardo dell’Università di Stanford conduce un esperimento per studiare il comportamento delle persone e alcuni fenomeni di psicologia sociale. Due auto identiche vengono abbandonate in strada, una in una zona povera e conflittuale, l’altra in una zona ordinata, ricca e tranquilla. In poco tempo la prima automobile viene smantellata, mentre la seconda dopo una settimana risulta intatta. 

I ricercatori rompono un vetro della vettura parcheggiata nel quartiere ricco. Rapidamente si innesca lo stesso processo del quartiere povero, con furto e vandalismo. La semplice rottura di un vetro di una macchina abbandonata in un quartiere presumibilmente sicuro è in grado di provocare un processo criminale. Trasmette senso di deterioramento, disinteresse, noncuranza, diffondendo una sensazione di rottura dei codici di convivenza, di assenza di norme. Se si rompe il vetro di una finestra e questo non viene riparato, presto saranno rotti tutti gli altri.

Da quel lontano 1969 la riflessione si è oggi allargata ad altri ambiti, confermando sempre gli stessi esiti. Se parchi e spazi pubblici sono gradualmente danneggiati e nessuno interviene, questi luoghi saranno presto abbandonati dalla maggior parte delle persone. In alcuni test è stata contemplata perfino l’idea che i graffiti possano promuovere ulteriormente il cattivo comportamento e altre forme di bassa delinquenza.

Negli ultimi anni la percezione e la considerazione della Street Art sono radicalmente cambiate. Mentre la diatriba sulla legalità dei murales sembra in parte superata, i writers continuano a dividersi in due fazioni, quella aperta al dialogo con le istituzioni e quella che alimenta l’aura ribelle e anarchica di una pratica artistica al limite della legge. Da un lato nelle province nostrane fioriscono sempre più opere che rispondono alla necessità di una riqualificazione urbana e di un abbellimento estetico (impossibile non accorgersi della diffusione esponenziale degli interventi di Joys, per citarne uno). Dall’altro lato abbiamo casi come quello di Blu, che decide di coprire le proprie opere perché esposte senza il suo consenso in una mostra bolognese. Arte o decoro pubblico? Processi che condizionano la qualità dell’ambiente o atti fuorilegge?

Murales "Racism", Wallabe Festival
Wallabe Festival ©Ulaimedia

Prima tappa: il Wallabe Festival di Rovigo

Queste e altre riflessioni ci hanno spinto a intraprendere un viaggio nella Street Art. Prima tappa il Wallabe Street Art Festival, un progetto inedito che combina arte, innovazione, cultura e tecnologia. La prima edizione del Wallabe ha avuto luogo a Rovigo dal 17 al 26 settembre, in uno dei quartieri con la più alta frequentazione giovanile della città, il Commenda, in cui sono concentrati il polo scolastico e la maggior parte degli impianti sportivi della città.

L’obiettivo è un’iniziativa a cadenza annuale, itinerante nei quartieri e connessa alla rete dei parchi naturali, così da stimolare la nascita di veri e propri distretti creativi. In un processo innovativo di rigenerazione urbana, studenti e aziende hanno affiancato alcuni artisti di fama internazionale nella creazione di opere murarie. Il nome stesso, Wallabe, fortemente evocativo, fonde il concetto di “Wall” (muro) e “Wannabe” (aspirare e diventare). La città chiede di diventare qualcosa di diverso, da luogo fisico a spazio condiviso online, da muro di calcestruzzo a luogo che emoziona.

Inoltre l’innovazione del Wallabe Festival sta nell’approccio ecosostenibile. Sono state utilizzate vernici abbinate a nanotecnologie d’avanguardia, con uno strato che cattura e annulla gli inquinanti atmosferici per effetto della fotocatalisi.

Wallabe è anche la prima mostra di Street Art a Rovigo. Alessia Panella, avvocato specializzato nella tutela della proprietà intellettuale oltre che collezionista d’arte, ha organizzato con il contributo di Franco Broccardi e della rivista ÆS Arts+Economics un’esposizione che condensa il percorso della Street Art dalla fine degli anni ‘60 a oggi. 

Un Elvis Presley sdoppiato di Ron English che ci guarda con i suoi tre occhi, giocando con il consumismo e i linguaggi della pubblicità. I volti delle grandi icone della storia del potere e del lottatore di wrestling André the Giant, prodotti e riprodotti come fenomeni mediatici da Obey. Le serigrafie ossimoriche e provocatorie di Bansky.

Allo Wallabe Festival si aggiungono poi le entità biologiche colpite da uno sciame di frecce da diverse prospettive di Doze Green. I personaggi dei videogiochi arcade nei mosaici di Space Invader. Per giungere alle opere più recenti di Microbo, Bo130, Solomostry. Una carrellata veloce ma suggestiva, ben descritta dall’operatore museale Micheal Miazzi. I pezzi esposti sono messi a disposizione soprattutto dalla Don Gallery di Matteo Donini, la prima galleria di Milano interamente dedicata all’arte urbana, che vanta più di 300 opere tra originali e serigrafie.

3 artisti chiamati a lasciare un segno concreto al Wallabe

ZENTEQUERENTE, alias Luca Vallese, è uno street artist, disegnatore e illustratore rodigino. Formatosi al Liceo Artistico Roccati di Rovigo e poi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, ha partecipato a vari festival di Street Art e Land Art. Potete trovarlo nel suo atelier con salone espositivo a Badia Polesine. Il suo stile è pulito, con forti richiami alle tecniche dell’incisione e alle illustrazioni a china. Persone, colori, tradizioni, immagini archetipiche, simbolismo e modernità convivono nelle sue opere dipinte.

MILLO, alias Francesco Camillo Giorgino, è conosciuto per le sue enormi opere di Street Art in bianco e nero intervallate da lampi di colori accesi, infatti si considera un evidenziatore. Nel corso della sua carriera ha vinto molti premi e riconoscimenti nazionali, tra cui il “Premio Celeste” nel 2011. Molte sue opere sono esposte a Roma, Milano, Bologna, Firenze, Londra, Parigi, Lussemburgo e Rio de Janeiro.

RUN è un artista italiano che vive a Londra. Il suo stile riconoscibile mostra un livello di dettaglio e complessità che raramente si vede oggi nella Street Art. Indaga l’essere umano attraverso la presenza di mani e volti intrecciati con colori accesi e accattivanti. Le sue opere possono essere ammirate lungo le strade di tutto il mondo, da Roma a Londra, dalla Cina al Senegal. Ha esposto come solo artist nel 2014 alla Howard Griffin Gallery di Los Angeles.

L’intervista a Run

Abbiamo incontrato RUN al termine del nostro breve ma intenso giro al Wallabe. Davanti a una grigliata di carne e un bicchiere di vino abbiamo avuto l’incredibile opportunità di fargli qualche domanda e conoscerlo meglio.

Murales dello street artist Run per Wallabe Festival
Run per Wallabe Festival ©Ulaimedia

Vuoi dirci qualcosa dell’opera che hai realizzato per questa edizione del Wallabe?

L’opera si chiama (prende una penna e inizia a scrivere) WE TRAVEL THE SPACE WAVE FROM PLANET TO PLANET. Il titolo mi è venuto da una canzone di Sun Ra, un jazzista molto famoso morto dieci anni fa. L’idea del bozzetto mi è venuta perché l’edificio sembra un po’ a tutti, anche ai miei amici di Rovigo, un osservatorio spaziale. E quindi mi è venuta questa idea delle stelle, di personaggi un po’ pensanti che stanno lì a interagire con le stelle. Veramente le stelle sembrano un po’ delle esplosioni ma questo è sia voluto che casuale. 

È la prima opera circolare che faccio. Il muro misura più o meno 180 per 2,60 metri, quindi sono più o meno 540 metri quadrati. Ci ho messo 6 giorni per farlo, anzi ancora devo finirlo però in totale più o meno ci metterò questi giorni qua. Come riferimento avevo la foto solo di un lato del palazzo. Più o meno ho creato un pattern del disegno. Questo non è un muro convenzionale dove con una sola occhiata vedi tutto, quindi ho fatto un bozzetto generico e per questo l’ho anche molto improvvisato. Per esempio a livello dei personaggi, la posizione dei disegni e delle stelle l’ho molto improvvisata al momento.

Sappiamo che non utilizzi la classica bomboletta spray. Quindi che tecnica utilizzi?

Io faccio murales. L’unica cosa che mi accomuna ai graffiti è il fatto che le cose mie son fatte sul muro, però non hanno niente a che vedere con i graffiti. Io uso tutte pitture ad acqua, pennelli, rulli. Da un anno o due uso uno spray ma nel 5% dei lavori che faccio. È un Black & Decker attaccato alla corrente con un compressore, che riempio con la vernice. Però non lo uso quasi mai. Praticamente sfumo come se facessi un acquerello.

Sappiamo che vivi a Londra. Rispetto all’Italia, dove sembra quasi che ci debba essere l’approvazione del Comune per la Street Art, lì come viene percepita dalle istituzioni e dalla popolazione?

Secondo me non c’è tanta differenza tra Londra e Italia. Diciamo che a Londra per esempio Brick Lane è una strada, non è nemmeno un quartiere. È una specie di fiera carnevalesca che dura tutta la settimana, poi la domenica fanno il mercato. A Brick Lane hanno dato carta bianca ai graffiti perché portano un sacco di turismo, cosa che accade dovunque la Street Art si posa. 

Se volete vi parlo di una mia teoria. Ogni Stato ha la sua scuola, sia di Street Art che di arte in generale, poesia, musica. In Italia per esempio c’è il fattore meteorologico, quello architettonico e quello economico. Il modo in cui è fatta l’architettura italiana è legato anche al clima, quindi abbiamo gli intonaci fatti in un certo modo. Abbiamo avuto delle fabbriche abbandonate che sono state una specie di “playground”, di parco giochi per gli street artist della mia generazione. Per esempio Blu, Dem, Ericailcane, Tellas son tutte persone cresciute con me e io sono cresciuto con loro, dipingendo in questo modo qua. Cioè con le aste, con i colori a base d’acqua, magari trovati in giro all’inizio. Il fatto è che noi abbiamo delle pareti che sono molto più ampie di quelle inglesi. A Londra le case son molto più piccole, sono fatte di mattoni.

Poi in Inghilterra lo spray è associato al crimine, quindi hanno tagliato le gambe ai vari graffitari e paradossalmente la qualità è molto più bassa rispetto alla nostra, anche se i graffiti in Europa, a Parigi e a Londra, sono arrivati negli anni ‘80. Dopo sono arrivati da noi, a Milano e a Roma. Se andate a Roma, a Parigi, a Madrid vedete un sacco di produzione che per esempio in Inghilterra non c’è. È stata vietata col fatto che se ti beccavano a fare un treno ti facevi un anno e mezzo di galera. Io non ho niente a che vedere con questo perché quello che faccio è completamente diverso. 

Diciamo che ogni Stato segue un po’ i suoi maestri. La cultura della Street Art italiana è nata con dei murales molto grandi, come quelli che faccio io o come fanno molti colleghi della mia generazione, della mia scuola. Per esempio in Inghilterra ci sta Banksy, che è di Bristol, poi si è spostato a Londra, e allora in Inghilterra c’è un’ondata di gente che fa stencil. Da noi c’è molta più gente che dipinge con pennelli, pittura ad acqua, rulli, ecc. Oppure lo stile che c’è in Brasile si avvicina molto allo stile di Os Gemeos, perché loro sono i re di San Paolo, influenzano lo stile del posto e inevitabilmente la gente li segue.

Ma questo è sempre successo, anche in Olanda alla fine dell’800 c’era Van Gogh e dopo c’è stata un’ondata di gente che faceva la stessa roba. È l’ispirazione, l’influenza che qualcuno ti dà, funziona un po’ così.

Ascolti qualcosa in particolare mentre crei?

Un amico inglese un giorno mi ha dato una dritta musicale, si chiamano Chances With Wolves. Sono tre dj di Chicago che hanno un sito, dove sono arrivati tipo all’episodio 450. In ogni episodio ci sono due ore di musica e loro mischiano soul, jazz, reggae, rap, ci mettono di tutto. Allora è da un mese e mezzo che ho scoperto questo, ascolto episodio dopo episodio e c’è di tutto. La cosa figa è che mettono un sacco di covers, tipo una canzone dei Beatles fatta in arabo. È assurdo, bellissimo, non ti stufi mai. E poi Lee “Scratch” Perry. Ad esempio ascoltate Yee Ha Ha Ha.

Sappiamo che hai un bambino piccolo. Qualche volta ti sei ispirato a qualche sua idea o suggestione? E che rapporto ha lui con le tue opere?

Mio figlio si chiama Django, adesso ha 5 anni. È nato a Hackney, dove vivo a Londra. Sì, penso che ci ispiriamo un po’ a vicenda. Lui ha i suoi alti e bassi nel disegno. Disegna come fanno tutti i bambini. Molti artisti dicono “io disegno da quando sono bambino”, ma tutti i bambini disegnano. Il problema è che dopo ci inibiamo. Molti smettono, altri se ne fregano e continuano, altri ancora lo riscoprono dopo.

Lui adesso va in giro con una borsetta, un marsupio con dentro un sacco di robette, giochetti, figurine, Pokémon cards. Ma ultimamente ha anche un taccuino. Ho notato che ogni tanto, quando entriamo in una situazione nuova dove si deve ambientare ed è un po’ in imbarazzo, tira subito fuori il taccuino e inizia a disegnare. C’è stato un periodo in cui mi distruggeva tutti i disegni che facevo nello sketchbook, che porto sempre con me. Gli lascio scarabocchiare sopra i miei disegni. Quando era più piccolo scriveva sui muri di casa, come tutti i bambini se lasci dei pennarelli o delle matite. Aveva iniziato a farlo in maniera molto massiccia. All’inizio mi veniva da dirgli che questo non si deve fare. Però chi sono io per dire una cosa del genere?

Foto e testi di Davide Lucatello e Giulia Pigato.
Ulai
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