“Il buio oltre la siepe” di Harper Lee, tra romanzo realista e romanzo di formazione

Il ritratto chiaroscurale di un’America non ancora pronta a cingere la corona di maestra di democrazia.

Cari lettori di Ulai, bentornati a un altro consiglio di lettura del mese. Oggi siamo in America, negli anni a cavallo tra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso, in compagnia di una narratrice realista del Novecento statunitense. Scopriamo insieme di chi stiamo parlando. 

Uno stile descrittivo

La penna di Harper Lee ne Il buio oltre la siepe non è di semplice lettura: è altamente descrittiva, asciutta e per di più si esprime tramite diverse voci, quanti sono i personaggi del romanzo. L’avvocatesco, lo slang del ghetto afroamericano, il puerile capriccioso, la parlata militaresca dello sceriffo di città ecc.

Forse è questa caratteristica ad avere stimolato in seguito la creazione di un fumetto, disponibile anche in formato Kindle, disegnato e adattato da Fred Fordham. Si abbassa il livello di difficoltà della comprensione, perché, certamente, il pubblico cui la Lee in primis si rivolge è quello adolescenziale. Scelta chiara e manifesta a partire dai due piccoli protagonisti della storia.

Le trasposizioni non finiscono qui. To Kill a Mockingbird – titolo originale intraducibile in italiano, per l’inesistenza della specie mockingbird in Europa, e quindi modificato ne Il buio oltre la siepe, frase presente nel cuore del romanzo – è anche una fortunata pellicola cinematografica diretta da Robert Mulling, vincitrice di ben tre premi Oscar nel 1960.

Dicevamo che la scrittura dell’autrice è mimetica e coinvolgente, cosa che deve aver avvantaggiato il regista americano nell’adattamento cinematografico. La Lee è (metaforicamente) una pittrice, che con sprazzi di colori, luci, e parecchie ombre, disegna gli scenari di un’America non ancora pronta a cingere la corona di maestra di democrazia, se mai effettivamente lo sia stata. 

Sono gli anni della grande depressione quelli in cui è ambientato il romanzo Il buio oltre la siepe. La piccola Scout e suo fratello Jem sono soliti passare spensierate giornate nella loro cittadella, Maycomb, in Alabama. Il padre è un avvocato del posto, Atticus, persona retta e cordiale. Tom Robinson, bracciante nero, è accusato ingiustamente di stupro e rischia la sedia elettrica. La difesa è allora affidata ad Atticus Finch, l’unico impegnato di far sì che la legge sia davvero uguale per tutti nella contea. 

L’ingenuità dei due bambini protagonisti sembra in tre anni costretta a esplodere nella consapevolezza dell’età adulta. Jem, più grande della sorella di quattro anni, ci arriva prima, tanto che questa da quel momento in poi non potrà che prenderlo in giro per la sua aria da saputello. 

Il buio oltre la siepe, metafora di ristrettezza di vedute

Il buio oltre la siepe è metafora dell’ignoranza: poiché dietro le strette vedute, gli ostacoli delle siepi, non si sa cosa ci possa essere nascosto, questo crea spavento in chi osserva. Ci si difende quindi ignorando.

L’ignoranza, a sua volta, genera una scomposta, scostumata infantilità, che bolla con indifferenza come “diverso” quello che non si conosce. È scontato ciò di cui parliamo, ma è necessario ripeterlo e ripeterlo sempre, visti i recenti episodi di xenofobia, inaccettabili negli anni Trenta e ancora più inaccettabili oggi. Mi riferisco ai giusti movimenti di Black lives matter e al caso di cronaca nera del piccolo Willy, pestato a morte dall’ignoranza di stampo razzista.

Jem e Scout, sul modello di papà Atticus, invece, sono molto più adulti di qualsiasi altro adulto della città. La loro consapevolezza, il loro essere “negrofili”, e quindi pratici di diversità, li ha resi un uomo e una donna formati già da piccoli. Le altre figure che popolano il romanzo vivono segregate, in qualche modo, in una certa grettezza mentale, in uno stadio abbozzato di maturità, che è solo anagrafica e biologica, mai intellettuale.

L’inchiesta dietro al romanzo

La storia de Il buio oltre la siepe è una storia di coraggio e di dissidenza, perché parla di legalità, di giustizia e sacrificio, fino a rimetterci la reputazione, la famiglia e la stessa vita. Vincitrice del Premio Pulitzer nel 1960, fece luce su un fatto di cronaca importante, quello degli Scottsboro Boys, adolescenti afroamericani accusati senza alcuna prova di violenza sessuale. Sembra che la Lee, in questo, si allinei perfettamente allo stile della grande narrativa americana d’inchiesta, potremmo definirla quasi verista, che la associa ai nomi di Steinbeck, Bukowski e Stein.

Riccardo Stigliano
Articolista di letteratura e di libri. Studente di lettere antiche all'Università di Bari. Alla ricerca dell'aurea mediocritas.

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