Le contraddizioni della borghesia raccontate dal rapper “1989”

La psicologia del ceto medio in un flow schietto e personale: "Conosco Uno, che conosce Uno" è il nuovo singolo del rapper 1989.

1989 è un rapper che narra le contraddizioni e la finta felicità che risiedono nel ceto medio. Scelto nel 2020 per la compilation HANAMI di Asian Fake con la traccia TUTTOLOGY, nelle sue canzoni cerca di sviscerare e raccontare, con ironia, ogni sfaccettatura dei personaggi della borghesia, delle metropoli e della provincia. In occasione dell’uscita del nuovo singolo Conosco Uno, Che Conosce Uno gli abbiamo fatto qualche domanda.

Hai iniziato con le rime a 16 anni: cosa ti ha spinto a scrivere e di cosa parlavi a quell’età?

Un mio compagno del liceo mi avvicinò al rap, e una sera ci ritrovammo, sul retro del teatro comunale di Cassino, con lui e con un altro paio di amici a improvvisare i versi di un testo rap che parlava di soldati in guerra. Da lì in poi ho iniziato a scrivere i miei primi testi, e non ho praticamente mai smesso. Mi è sempre piaciuto il “gioco” di mettere in rima le parole, quindi diciamo che ho iniziato principalmente per divertirmi a fare questo. Nel corso degli anni ho scoperto poi il suo vero potenziale comunicativo, e il potere che aveva su di me nell’aiutarmi a esprimere quello che volevo esprimere.

Nei primi anni di scrittura, influenzato dalla scuola del rap cassinate/atinese (Quinto Mondo, Jean P, Atina Fondazione), scrivevo testi molto astratti e immaginifici. Era come realizzare dei quadri astratti: non sapevo bene ancora cosa volessi esprimere, ma sapevo come volevo farlo. 

Da dove vieni e perchè hai deciso di trasferirti a Roma?

Vengo da Cassino, all’estremo sud del Lazio, e mi sono trasferito a Roma principalmente per studiare all’università. Andarmene però mi è servito a capire quanto non fossi a mio agio nella dimensione della provincia.

Non mi va di vedere sempre le stesse facce, parlare sempre con la stessa gente. Non mi va soprattutto di avere a che vedere con modi di fare e modi di pensare che non mi piacciono; cose che puoi trovare anche nella grande città, ovviamente, ma qui forse puoi sfuggirgli più facilmente.

È stato difficile farsi strada nel mondo musicale? Quali sono le principali difficoltà che hai incontrato?

Diventa ogni anno più difficile farsi spazio nel mondo musicale: il mercato è bello saturo, provate a dare un’occhiata a quante sono le nuove uscite settimanali, tra emergenti, artisti mediamente affermati, e super famosi. Quindi gli scenari sono tre: o cacci qualcosa di veramente potente, o hai qualcuno di molto grosso che ti spinge, oppure resti una goccia in un oceano di uscite. 

Io le principali difficoltà le ho riscontrate sempre nel fatto che non sono molto bravo a “vendermi”, né a fare le pubbliche relazioni necessarie a creare quei contatti, quelle conoscenze, che magari possono darti una mano in più a far girare la tua musica. Ora per fortuna lavoro con il mio manager Jacopo che gestisce queste cose, per cui da quel punto di vista sto un po’ più tranquillo.

Come nasce il brano “Conosco Uno, che conosce Uno?”

Nasce da una citazione di un personaggio di Breaking Bad, il losco avvocato Saul Goodman, che utilizzava l’espressione “I know a guy, who knows a guy…” per non svelare la sua rete di contatti. Ho campionato la voce di Saul Goodman, l’ho “pitchata” e l’ho inserita nel beat. Da lì ho iniziato a scrivere di questa serie di fantomatiche persone che conoscerei, le quali hanno ciascuna un aspetto del mio carattere: in pratica ho parlato dei vari lati di me, ma li ho affibbiati a dei miei conoscenti totalmente inventati.

Cosa ne pensi della scena rap attuale? Quali sono le etichette più interessanti a tuo parere?

Sono abbastanza critico su questo argomento. Con le dovute eccezioni, ovviamente, penso che si prenda sempre meno posizione su argomenti scottanti o compromettenti, forse per non esporsi, per paura di perdere follower. Penso che chi viene dal rap e ha la fortuna di avere un pubblico vasto, soprattutto tra i giovanissimi, potrebbe utilizzare il potere della sua musica per cambiare seriamente il pensiero delle masse su certi argomenti (non si tratta di far proseliti, ma di stimolare un pensiero critico). Penso anche che ci sia una gran confusione, nel minestrone della musica italiana, su cosa sia il rap, cosa sia un rapper, cosa sia l’hip hop, complici anche alcuni giornalisti di settore: spesso viene chiamata “rapper”, dai siti di notizie, gente che col rap ormai ha poco a che fare, o non ce l’ha mai avuto. 

Per quanto riguarda le etichette, ti dico sicuramente Asian Fake, con la quale ho avuto la possibilità di collaborare lo scorso anno con la compilation Hanami. Hanno un roster molto vario e valido, fresco e innovativo. Poi, per quanto riguarda più strettamente il rap, Glory Hole Records, che ci regala la musica di Claver Gold, Murubutu, Dj Fastcut.

Cosa fai in una tua giornata tipo? 

Al momento non ho un lavoro, inteso nel senso univoco che viene dato al concetto di “lavoro”. Dedico le mie giornate quasi interamente alla musica, tra produzione, scrittura, registrazione etc., e agli allenamenti nel Wing Chun, disciplina che pratico e insegno. In tempi normali, liberi da pandemie varie, gestisco anche un appartamento come casa vacanze. 

Sonorità e testi: in che modo queste due dimensioni contribuiscono a comunicare qualcosa all’interno dei tuoi brani?

La seconda che hai nominato, in maniera totale, quasi ingombrante. Nel senso che ho sempre dato un’importanza primaria a quello che voglio dire, e a come lo comunico. Il testo è sempre venuto prima di qualsiasi altra cosa per me, nella stragrande maggioranza dei miei brani: prima del flow, degli incastri, della tecnica e della musica (pur essendo, queste, tutte cose a cui dedico comunque molta attenzione). 

L’aspetto delle sonorità è in continua evoluzione. Ascolto talmente tanti generi diversi, da quasi sempre, che di fatto non mi sono mai posto limiti su quello che potesse essere il sound di un mio pezzo. “Basta che funzioni”, mi dico. Che funzioni per me.

Una frase che hai scritto e che ben ti rappresenta. 

“Manco si è mai domandato se in fondo sta bene, risponde alti e bassi a chi glielo chiede. E poi sti cazzi dei fatti di voi, segue la prassi di farsi i suoi, ma ti darebbe un rene se vuoi”.

Questo verso di Conosco uno, che conosce uno descrive molto bene un lato del mio carattere: sono abbastanza autoreferenziale, sto molto sulle mie, ma se posso fare qualcosa per aiutare qualcuno non ci penso mezza volta.

Chi è 1989

Nato Corrado, a Cassino (FR), inizia a scrivere rime a 16 anni sotto il nome di FunkyD, nome che manterrà per circa una decina di anni. Si trasferisce a Roma compiuti i diciotto anni, e inizia a lavorare ai suoi primi progetti autoprodotti: tra i principali, il disco con Indelebile Squad (2012), il duo che ha insieme al suo amico Jean P, il disco solista Weather Report (2015), e il video-EP in collaborazione con Soul Film Production (Alè), Gli Imbecilli (2016).

Nello stesso anno in cui lavora a Weather Report, accompagna come backing vocals la band Kento & The Voodoo Brothers, trovandosi a condividere palchi e serate con musicisti del calibro di Kento, Cesare Petulicchio (Bud Spencer Blues Explosion), David Shiny D Assuntino (The Reggae Circus di Adriano Bono), Federico JolkiPalki Camici (Motta). Nel 2017 lancia invece la sua band, progetto parallelo alla sua attività solista, i Pippo Baudo Lost in Time, con i quali pubblica due demo nello stesso anno. Band esplosiva, e caratterizzata da performance dal vivo molto intense, è attualmente al lavoro sulla stesura dei pezzi del suo primo disco.

Nel 2019 pubblica un altro EP solista, Lo zen, oppure l’abilità di catturare un killer, ultimo lavoro col nome FunkyD, nome che verrà cambiato nei mesi subito successivi in 1989. A Giugno 2020 il suo brano “Tuttology” viene selezionato, insieme ad altri 12 pezzi di altrettanti artisti, dall’etichetta Asian Fake (Coma_Cose, Ketama126, Frenetik&Orang3), per entrare a far parte della compilation di artisti emergenti Hanami, uscita il 5 Giugno 2020, e distribuita da Sony Music Italy.

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