5 film non convenzionali da vedere per celebrare il mese del Pride

«We are wonderland» recita il tema di quest’anno. Un inno all’accettazione di sé che abbiamo deciso di celebrare con 5 film dedicati ai diritti LGBTQ.

 Cos’è il Pride?

Giugno si tinge dei colori dell’arcobaleno. È il Pride Month e anche se ormai le sue radici sono risapute è importante ricordarle. Risale al 1969 l’evento che darà vita ai moti di Stonewall, le rivolte per la difesa dei propri diritti: la polizia irrompe nel locale gay Stonewall Inn di New York per una retata. I presenti accusati ingiustamente hanno il coraggio di ribellarsi. Un anno dopo, Il 28 giugno 1970 in città si tiene la prima parata per celebrare l’orgoglio di essere parte della comunità LGBTQIA+.

Da quel momento la ricorrenza si ripete annualmente. È un occasione per ricordare e onorare chi ha lottato prima, per festeggiare i diritti conquistati ma soprattutto per ottenerne altri. Uniti per raggiungere la libertà sociale e culturale, sostanzialmente per creare un futuro migliore. È inutile negarlo, l’omotransfobia, la misoginia e l’abilismo sono tutt’ora una realtà. 

Se siete ancora ancorati a quell’idea malsana che il pride riguardi esclusivamente la comunità LGBTQIA+ vi sbagliate. Anzi è forse diventato più importante educare innanzitutto chi non ne fa parte perché ignora o semplicemente non conosce le dinamiche interne. Rompere schemi mentali arcaici non è semplice ma è importante trasmettere il messaggio che la diversità non vada annullata ma accolta come un valore aggiunto. 

Che tu sia etero, lesbica, gay, bisessuale, transgender, queer, intersessuale, asessuale o come preferisci, spogliati delle influenze negative e sii te stesso. Impegno attivista a parte, ecco una selezione di 5 film non convenzionali per accogliere la parte seriamente frivola di ognuno di noi. Generi e stili diversi con un obiettivo comune: sensibilizzare.

#1 Victor/Victoria (Blake Edwards, 1982)

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Victor/Victoria (Blake Edwards, 1982)

«L’amore è cieco. Non guarda mai l’oggetto amato.»

Per quanto Julie Andrews possa sembrare poco credibile nei panni di una donna che si finge un uomo che si traveste da donna, questa commedia frizzante è apprezzabile per essere uno dei primi film americani a portare sul grande schermo delle personalità queer sotto una luce positiva. Sono pur sempre i primi anni 80 e la risonanza che ha avuto è stata tale da permettergli la conquista dell’ambita statuetta d’oro come miglior adattamento musicale.

Le performance sono impeccabili, intrise della fascinazione per la vecchia Hollywood anni 30. Nota di merito ai costumi, perfettamente in linea con la tendenza retrò nostalgica del film. «Pazzo mondo pieno di pazze contraddizioni» canta Julie in smoking, in una poetica scena verso il finale. Il messaggio che viene trasmesso, seppur velatamente, è che le differenze non contano.

#2 Paris is burning (Jennie Livingston, 1990)

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Paris is burning (Jennie Livingston, 1990)

«In a ballroom you can be everything you want»

Raccogliendo le testimonianze delle comunità queer black e latine degli anni 70 a New York a cui il voguing è legata, questo film/documentario offre una panoramica su quella che viene definita ballroom scene. È riduttivo considerare il voguing una danza. C’è un’intero mondo dietro, un modo di essere e di sentirsi reali al 100%. 

Non importa chi tu sia, quale sia il tuo orientamento sessuale o da dove provieni, nel momento in cui decidi di prendere parte a una ball avrai la libertà di mostrare la tua vera identità, libera da pregiudizi e pressioni sociali. All’epoca per chi era parte della comunità queer anche camminare per strada costituiva un pericolo. Poteva essere deriso, fronteggiato o nei casi peggiori divenire vittima di violenza. Se oggi abbiamo compiuto dei passi avanti il significato della scena rimane. I protagonisti trovano così conforto e rifugio nelle house che diventano famiglia, nella ballroom che diventa manifestazione del proprio essere e nella performance che permette l’espressione estrema della propria creatività.

#3 A single man (Tom Ford, 2009)

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A single man (Tom Ford, 2009)

«L’ esperienza non è ciò che accade ad un uomo ma ciò che ne fa di quello che gli accade.»

La fredda e perfettamente costruita fotografia introduce la storia di George, un uomo in lutto. Rigoroso ed elegante si comporta come gli altri si aspettano da lui. Rispetta la sua routine, lavora, procede giorno per giorno ma nella più totale apatia. Gli unici istanti di possibilità di tornare alla vita sono enfatizzati dal cambio di tonalità più calde e saturate, annidati nei ricordi o nei momenti di socialità con il giovane studente Kenny e con altri personaggi insoliti. Il suo amato Jim è morto in un incidente d’auto e nulla potrà portarlo indietro.

Un film esteticamente impeccabile, composto visivamente da inquadrature di dettaglio. Oggetti, parti del corpo, luoghi che definiscono l’immaginario del protagonista. Perché sono i particolari a fare la differenza. Nell’amore, nell’esistenza. Dettagli e momenti che definiscono chi siamo.

Se il tema lgbtqia+ può apparentemente essere considerato solo in secondo piano, in realtà permette di comprendere l’universalità dell’esperienza umana. I drammi e i tormenti che vive George nella sua solitudine sono propri dell’uomo moderno, che trasuda interrogativi di fronte al suo essere e alla sua realtà, indipendentemente dall’orientamento o dalla sua identità sessuale. Segna ulteriormente quanto le differenze non esistano. Se si abbraccia una visione più ampia del mondo nella sua totalità, rimaniamo dei piccoli puntini nell’universo. Tutti. Nessuno escluso.

#4 Tomboy (Céline Sciamma, 2011)

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Tomboy (Céline Sciamma, 2011)

«Laure, io mi chiamo Laure!»

Una storia di identità, apparentemente semplice ma che attraverso gli occhi della bambina protagonista riesce a far riflettere. Laure si trova più volte di fronte allo specchio, non si riconosce e cerca di cambiare il suo aspetto con l’aiuto della sorella più piccola. L’innocenza e l’ingenuità dell’infanzia sono in primo piano. Tutto è reso semplice dalla purezza della giovane età, come è la tenerezza di un amore acerbo. Ma nel momento in cui si intromettono i genitori nascono pregiudizi e schemi sociali invalicabili. Un film delicato, vero e introspettivo che senza troppi fronzoli e grazie anche alla recitazione spontanea dei giovani attori riesce ad arrivare allo spettatore. 

#5 Mademoiselle (Park Chan-wook, 2016)

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Mademoiselle (Park Chan-wook, 2016)

«Che ne sa d’amore un disonesto come te?»

Ambientato nella Corea del Sud degli anni ‘30, questo è il racconto in tre atti di un complotto. Il falso conte giapponese che ne è l’artefice ingaggia una giovane ladra come dama di compagnia di una giovane ereditiera, per convincerla a sposarlo. Una volta diventato suo marito l’avrebbe così rinchiusa in un manicomio per poi impadronirsi del suo patrimonio. 

O almeno questo è il suo piano. Il film sembra portare lo spettatore verso una direzione ma il colpo di scena è dietro l’angolo, per un raffinato gioco di punti di vista e prospettive. Inganno ed erotismo si mescolano in questo lungometraggio poetico e sensuale , denso delle atmosfere orientali messe in evidenza dalle inquadrature di largo respiro.

Lo stile ricercato del regista Park Chan-wook, maestro nella messa in scena della più intrinseca psiche umana, riesce a costruire un’epopea sul piacere femminile e sulla sua rivalsa in un’epoca in cui non veniva nemmeno preso in considerazione. È un messaggio di rivalsa e di indipendenza dell’amore tra donne.

Leggi anche: Il voguing: dal ghetto di Harlem a Madonna, oltre i falsi miti

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