“Shame”: solitudine e dipendenza secondo Steve McQueen

Il disagio esistenziale moderno narrato dal regista di "12 anni schiavo".

L’isolamento obbligato della quarantena sembra passato. Mai come in questi mesi ci siamo trovati faccia a faccia con noi stessi. Molti hanno avuto modo, forse per la prima volta dopo tanto tempo, di respirare, staccare dai ritmi frenetici lavorativi e riflettere. Soprattutto riflettere. Per i più fortunati si intende. La vita che ricordavamo non sarà più la stessa, ma si è riscoperto, in parte, il valore assoluto della libertà. Un tema troppo spesso dato per scontato, eppure fondamentale. C’è chi alla libertà può solo aspirare, chi se l’è vista sottrarre con violenza, c’è chi la perde e chi non riesce a vivere senza.

Nell’ottica di una dipendenza il principio di libertà viene sradicato e perde totalmente il suo significato originale. Nel 2011 Steve McQueen, regista britannico celebre per 12 anni schiavo, il quale due anni dopo gli riserverà l’Oscar al miglior film, narra con estrema maestria questo disagio interno in Shame. Il film, presentato in concorso alla 68a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, disegna un ritratto estremamente introspettivo dell’individuo e dei suoi demoni interiori. Il protagonista Brandon è interpretato in maniera impeccabile da Michael Fassbender. 

Una libertà apparente

Brandon si è perso. È attraente, vive in un’invidiabile appartamento a New York e ha successo nel lavoro e con le donne. Ma è solo. Prigioniero della routine quotidiana, del consumismo, ma soprattutto della sua dipendenza dal sesso. Sesso non più come sinonimo di piacere ma in quanto trappola, come viene esplicitato dai gesti meccanici ed innaturali del protagonista rapito dalle pulsioni. Una fotografia perfettamente lineare e fredda cattura l’attenzione dello spettatore in ogni singola scena. Immagini quasi poetiche accompagnate da una colonna sonora emotivamente coinvolgente ed intensa.

Shame è un ritratto introspettivo dell’alienazione dell’uomo, del suo essere solo in un mondo che non lo capisce e non lo accoglie ma che, al contrario, lo soffoca. Senza bisogno di spiegare nulla, senza troppe parole ma con una moltitudine di immagini mostra una storia angosciante e triste, metafora della vita dell’uomo nell’era digitale

La società in cui egli vive, lo porta a non avere punti fermi né valori, se non quello dell’apparenza. È una società liquida (direbbe Zygmunt Bauman), caratterizzata da un individualismo estremo, nella quale il protagonista combatte contro sé stesso, contro la sua natura, creando un dualismo tra ciò che è e ciò che la gente crede che sia. L’immagine di sé diventa così l’unica cosa che gli resta, l’unico valore a cui aggrapparsi. Come un involucro vuoto trascorre le giornate nel silenzio assordante di un’esistenza tormentata. 

“Shame” e la trappola della digitalizzazione

La storia di Shame, per i temi toccati, ricorda il film cult del 1999 Fight Club. Se Brandon cerca nell’erotismo la soluzione al suo malessere mentale, Tyler, protagonista del film di David Fincher, individua nel dolore fisico la possibilità di sconfiggere il suo disagio interiore. Vittime entrambe della società consumistica e individualista conducono vite monotone e tristi che vengono interrotte dall’idea illusoria di una libertà effimera, portata rispettivamente da violenza e sesso. Tyler in Fight Club, come Brandon in Shame, rispecchia l’esistenza umana, che per difendersi dall’angoscia crea un falso sé, che non è più condizionato a reprimere i suoi sentimenti e bisogni. Ne consegue una scissione interiore, una lotta esasperata senza soluzioni. 

Sebbene siano passati degli anni dall’uscita di questi due film, per i contenuti affrontati non potrebbero essere più pertinenti. Soprattutto ora, davanti all’eccessiva digitalizzazione che assorbe tutto e mette tutto in discussione. Nonostante le infinite agevolazioni portate dalla tecnologia (specialmente durante la quarantena), abbiamo dovuto confrontarci con i risvolti psicologici deleteri che ne conseguono. È ormai dimostrato quanto i social media abbiano un impatto distruttivo sull’immagine che abbiamo di noi stessi. Vedere come le persone fingano di avere una vita migliore di quella che hanno, ci rende infelici. Dimentichiamo che ciò che viene condiviso è stato sottoposto a un lungo e accurato processo di selezione. Dimentichiamo che ciò che appare su Instagram non è la realtà. Sembra ovvio ma spesso non ce ne ricordiamo. Costantemente connessi eppure sempre più soli. 

Lisa Martin
Soggetto irrimediabilmente curioso. Perso tra cinema, moda e musica..

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