Takeaway, quattro chiacchiere sul nuovo film di Renzo Carbonera

Takeaway, quattro chiacchiere sul nuovo film di Renzo Carbonera

Una lucida riflessione sullo sport e sui compromessi per vincere.

Una lucida riflessione sullo sport e sui compromessi per vincere.

Siamo abituati a guardare al cinema storie che, seppure valide e ben raccontate, seguono lo stesso copione: le stesse dinamiche, le solite tematiche, profili umani tipici. Takeaway del regista Renzo Carbonera, invece, porta sul grande schermo una disciplina sportiva che è stata di rado oggetto di narrazione: la marcia. Ambientato alle porte della crisi del 2008, su impervi scenari montani, la pellicola racconta la storia di Maria (Carlotta Antonelli), giovane atleta marciatrice. Con la forza del documentario e del film denuncia basato su una storia vera, Takeaway parla di doping, mettendo insieme più vicende, fortemente ispirate alla cronaca: 

Ho voluto raccontare una storia mettendo insieme i frammenti delle varie esperienze che avevo sentito e ho cercato le radici del problema. Il doping è anche una metafora del nostro modo di essere e dell’umanità che fa di tutto per ottenere un risultato senza pensarci su troppo.

Renzo Carbonera, Cinematografo

La protagonista Maria, l’orgoglio di papà (Paolo Calabresi) e del suo preparatore atletico Johnny (Libero De Rienzo), verrà invischiata da quest’ultimo nella trappola del doping, pur di mantenere in vita il proprio sogno agonistico. Nel corso del film, la parola “marcia” da disciplina sportiva diventerà per Maria un aggettivo. Il doping rischierà infatti di far marcire, non solo la sua carriera, ma anche la propria vita. In occasione della premiere del film ad Alice nella Città, festival cinematografico internazionale che si tiene a Roma, abbiamo avuto modo di rivolgere qualche domanda a Gianlorenzo Grassi, assistente alla regia. 

Com’è stato lavorare con la troupe del film? Che rapporto hai instaurato con Carbonera?

Ogni set è diverso e anche speciale a proprio modo, anche se questo mi rimarrà molto nel cuore. E vorrei citare Renzo in persona perché è esattamente quello che penso anche io. “Essere tutti insieme per un mese isolati nelle sperdute montagne del Terminillo, ci ha legato in maniera molto profonda”. Set ne ho visti ancora pochi ma quelle quattro settimane sono state particolari. Probabilmente sarà stato il freddo. Il mio rapporto con Renzo è stato molto semplice, ma alla prima ci siamo salutati con grande affetto. 

Dove possiamo apprezzare un eventuale tuo “zampino” nelle scelte di regia?

Come assistente non mi sarei mai permesso di dire la mia sulle scelte che venivano fatte. Soprattutto perché non c’era bisogno, avendo Renzo le idee molto chiare su ciò che stava facendo. 

Questa nei panni di Johnny è l’ultima apparizione di Libero De Rienzo: vorresti ricordarcelo, magari parlandoci del suo lavoro sul set? 

Era una persona unica nel suo genere. Giocava e scherzava con chiunque, ma appena Renzo diceva “Azione” come per magia si trasformava in Johnny, anche se nel film non viene mai chiamato per nome. Ma come assistente avevo un rapporto diretto con Picchio. Avevo il compito di chiedere agli attori se avessero bisogno di qualche cosa, ma arrivati alla seconda settimana era Picchio che veniva da me e mi diceva: “Serve qualcosa?”. 

Qualche parola sul progetto “Alice nella città”? Spiegheresti ai nostri lettori di che si tratta?

E’ una sezione, nata da poco, all’interno del festival del cinema di Roma. Al suo interno si dà spazio anche a cortometraggi, oltre che a film diversi dal solito come è appunto Takeaway

La gavetta è dura, eh? Raccontaci la tua: da dove hai cominciato?

Iniziare è dura per qualunque professione. Io ho iniziato a lavorare a Bobbio, un piccolo paesino vicino Piacenza: si trattava del film di Daniele Misischia, Il Mostro della Cripta. Ho lavorato come runner (ultima ruota del carro all’interno della produzione). Nonostante abbia combinato qualche sciocchezza, mi hanno richiamato facendomi iniziare il mio percorso. 

Ma soprattutto: dove vuoi arrivare?

Vorrei diventare aiuto regista. Scelta molto particolare, mi dicono, perché non è molto usuale, anche se l’Italia è quasi l’unico Paese ad avere persone come me a fare questa scelta. Ma a me non importa, io trovo solo che all’interno di questo piccolo universo che chiamiamo cinema l’aiuto regista è il ruolo che ho scelto, essendo una via di mezzo fra tutti i reparti.

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Renzo Carbonera, regista
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Backstage del film

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