Rileggiamo “Le braci” di Sándor Márai

Tu sei andato via, perché non potevi fare altrimenti e io ti ho aspettato, perché nemmeno io potevo fare diversamente. E sapevamo entrambi che ci saremmo incontrati ancora una volta, e che poi sarebbe stata la fine.

Le braci, Sándor Márai

Fino a qualche giorno fa, solo l’idea di passare un giorno in più in isolamento ci faceva rabbrividire. Eppure siamo abituati alla solitudine, ci sguazziamo dentro. Quanti di noi chiacchierano con il proprio vicino sconosciuto in ascensore? Quanti in autobus o in metro, per andare a lavoro o all’università? In mezzo agli altri, ci isoliamo volontariamente e volentieri. Se lo facciamo perché gli altri ci “obbligano” a farlo, ci indigniamo subito e ci appelliamo alla nostra libertà e ai nostri diritti. Ma la solitudine, per quanto quasi impensabile nell’era social, si diffonde con forza e può alienare in una finta socialità. Insomma, si tratta semplicemente di un tipo nuovo e più all’avanguardia di stare soli.

A proposito di solitudine, che non necessariamente è da vedere come una mancanza di dialogo con gli altri, ma anche come un’opportunità per stare un po’ con se stessi, il libro che vi consiglio questo mese è Le Braci di Sándor Márai, pubblicato per la prima volta nel 1942 ed edito da Adelphi nel 1998.

Il romanzo narra la storia di una solitudine a due. Quella dei protagonisti Henrik e Konrad, amici inseparabili, cresciuti come “gemelli nell’utero materno”. Ancorati tragicamente al ruolo che devono recitare sul palcoscenico della loro vita, i due non trovano più motivo d’essere nella società viennese del loro tempo. Si fanno terribilmente solitari, perché nella comunità hanno perso il senso di comunanza e di comunione con l’altro. Dopo varie vicissitudini, il primo si relega in un castello sui Carpazi, mentre l’altro si rifugia in Estremo Oriente per quarantun anni, perché porta con sé un difficile segreto. Dopo una vita passata assieme, scoprono di non conoscersi affatto e di essere soli con loro stessi. Il senso di solitudine è ancora più evidente nel personaggio di Conrad, che preferisce la musica alla carriera militare. È la solitudine dell’uomo moderno, senza più orientamento e senza più indicazioni certe. 

Henrik e Konrad si rincontreranno per il “duello” finale, armati solo di parole che feriscono. Nessuno dei due ne uscirà vincitore, perché a parlare è solo il generale Henrik, senza per altro ricevere risposte: la solitudine trionfa ancora e quello che sembrerebbe un interrogatorio si trasforma in un commovente monologo. Mai c’è stata più distanza tra i due come in questo momento: nella stessa stanza, ma chiusi in sé. Alla ricerca dell’altro, ma in fondo, di loro stessi. 

Le Braci denunciano una nuova condizione dell’uomo e ne propongono una soluzione semplice: bisogna che le braci spente delle nostre quotidianità si riattizzino, per sentirci meno attorniati di finte condivisioni e più in reale comunione con gli altri. Ce lo sta insegnando questa pandemia, che ci ricorda quali sono le nostre vere urgenze.

Ogni pagina di questo libro sembra vitale, non solo nell’economia della trama, ma per i messaggi che ci veicola, facendoci sentire parte del progetto intellettuale di Márai e del disagio dei suoi personaggi. Come osserva Pietro Citati, al romanzo spetta ancora un riconoscimento «per grandezza d’ispirazione e intensità di stile, da mettere accanto ai pochi libri bellissimi della sua epoca». E noi ne siamo convinti.

Riccardo Stigliano
Articolista di letteratura e di libri. Studente di lettere antiche all'Università di Bari. Alla ricerca dell'aurea mediocritas.

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