“Furore” di Steinbeck non è solo un best-seller

“Furore” di Steinbeck non è solo un best-seller

Una rilettura del capolavoro di Steinbeck che come ogni "classico" non smette di essere attuale.

Nell’anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia.

Steinbeck, Furore

Questa la frase cardine del romanzo Furore di John Steinbeck, vincitore del premio Pulitzer nel 1940 e del National Book Award, proprio per Furore, il più americano dei romanzi del XX secolo.

L’opera oltre la censura

Le vicissitudini di un’Odissea contemporanea, quella della famiglia Joad, sono raccontate con un’epicità fervida. La filosofia dell’autore, giudicata da molti critici spicciola e del common sense, è da altri ritenuta pericolosa e sovversiva, ai limiti della censura. Edito da Bompiani, il romanzo uscì nel 1939 negli Stati Uniti e anche in Italia. Proprio in Italia, il regime fascista decise di tagliare alcune parti del libro e di stravolgerne i contenuti, ritenuti (ahimè) sobillatori di ideali troppo radicali e di sinistra.

La versione integrale di quest’opera di Steinbeck (che ricordiamo aver vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1962, non proprio uno qualunque) venne pubblicata solo negli anni ’70. Da allora Furore continua a godere di grande successo in termini di vendite, tant’è che si è a lungo dibattuto se considerarlo un best seller nel significato più circoscritto del termine, oppure un classico della letteratura mondiale. Un’opera da studiare, insomma, e non solo un libro che vende.

I capitoli più propriamente narrativi del romanzo sono intermezzati da capitoli più filosoficamente impegnati. In questi Steinbeck dà sfogo a pensieri acuti e lucidi di uomo, non solo di scrittore, che sa leggere la realtà contemporanea. Per farlo adotta fintamente l’ottica della campagnola famiglia Joad, costretta all’esodo dalla propria terra, quella che le dava un’identità e un lavoro, perché sfrattata dalla Banca, entità impersonale e mostruosa.

Modernità e contemporaneità

La forza di Furore risiede in questo: saper parlare di una nazione e di un’epoca precisa, cioè l’America della Grande Depressione, e saper guardare a fenomeni universali. L’analisi sociologica e l’indagine di Steinbeck non si restringono infatti all’ambito di una generazione. Studiano l’uomo nella sua dimensione ontologica, con i suoi problemi, le sue paure, le sue angosce. Il rapporto con la morte, la dignità del lavoro, la paura dello straniero, la nascita di una nuova vita e tutte quelle questioni che l’uomo si è sempre posto.

Al di là di quello che può sembrare un realismo freddo e scientifico, che è quello delle sezioni in cui l’autore rielabora notizie effettivamente presenti su alcuni giornali dell’epoca, la forza di The Grapes of Wrath (questo è il titolo inglese) sta proprio nell’aver strizzato l’occhio a noi lettori di tutti i tempi, incoraggiandoci a interrogarci sui grandi temi esistenziali. Questo lo rende a pieno titolo un classico, nella definizione che ne faceva Calvino:

D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.

Italo Calvino, intervista a L’Espresso (28 giugno 1981)

Ed è proprio così, perché Furore non ha ancora smesso di dire quello che ha da dire al lettore moderno.

Il messaggio di “Furore” di Steinbeck

Quanto mai attuale è anche la tematica centrale dell’intera opera: la migrazione. Sebbene ai tempi di Steinbeck il fenomeno fosse ancora alle sue prime forme, la lettura che ne fa l’autore aiuta a comprendere fenomeni più recenti, come quelli legati alla globalizzazione. Pensiamo alle odissee che oggigiorno patiscono migliaia di migranti nel Mediterraneo. Donne e uomini che come i Joad, cercano solo di trovare un luogo di speranza dove tornare alla propria dimensione di lavoratori e uomini. Uomini che come i Joad trovano spesso (quando sopravvivono), odio e razzismo, ostilità e chiusura.

È a questo punto che Steinbeck lancia il suo sempreverde messaggio di portata universale: siamo uomini, tutti, senza distinzioni di sorta. E non importa se il dio danaro, la Banca, lo Stato, o qualche altra impersonale e impalpabile entità, ostacolano la nostra umanità. L’esperienza, l’istituzione e l’entità più importante di tutte è questa: l’essere e il rimanere uomini.

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