“Il nome della rosa” e il Postmoderno: ma ne siamo davvero usciti?

Il romanzo di Eco è un capolavoro della contemporaneità e ce ne disvela il carattere ibrido, labirintico, citazionista e senza centro.

Nell’86, con la regia di Jean-Jacques Annaud, usciva al cinema Il nome della rosa, con il magistrale Sean Connery nei panni di Guglielmo da Baskerville, medievale Sherlock Holmes in saio e sandali francescani. A distanza di decenni, nel 2019, per Rai fiction e Tele München, Giacomo Battiato ci ripropone lo stesso soggetto in chiave più moderna, con un’accoglienza fortunatissima. La serie italiana, tradotta in tantissime lingue, è, dopo Gomorra, la più guardata all’estero. Come mai, a distanza di un trentennio (che può sembrare un lasso di tempo breve), Il nome della rosa di Eco (1980) continua a essere letto, amato, trasposto? 

Dopo aver guardato entrambe le trasposizioni del romanzo, quella dell’86 e quella del 2019, e dopo essere rimasto affascinato dalla trama e dagli scenari gotici dell’alto Medioevo echiano, non potevo che fiondarmi nella lettura di quello che è riconosciuto quale un grande nostro classico postmoderno. E ciò mi ha condotto ad una più ampia riflessione sulla stessa idea di Postmoderno: ne siamo davvero usciti? Lo abbiamo digerito e superato? O viviamo in una postmodernità che, col passare degli anni, si fa sempre più post? 

Per chi non lo sapesse: il postmodernismo è stato un movimento letterario – e più in generale culturale – iniziato nella seconda metà degli anni Sessanta. Si contrapponeva al modernismo, con la sua voglia di novità, originalità estetica. Gli artisti postmodernisti, credendo ormai irrimediabilmente esaurite le esperienze possibili in letteratura, musica, pittura, andavano alla ricerca della creazione di un’arte ibrida, moderna e tradizionale allo stesso tempo. Il romanzo di Eco (e così, mi pare, anche gli altri della produzione del professore bolognese) è ibrido: un monstrum postmoderno coi fiocchi, che ancora oggi può essere un modello letterario perfetto per le sue trovate sperimentali e argute, ma immesse nel solco della nostra – e non solo nostra – solida tradizione letteraria.

Libri che parlano di altri libri

«Spesso i libri parlano di altri libri. Spesso un libro innocuo è come un seme, che fiorirà in un libro pericoloso, o all’inverso, è il frutto dolce di una radice amara» dice Guglielmo al novizio Adso, coprotagonista del romanzo. È questa frase il cardine di un’opera in cui tutto è allegorico, a partire dal titolo e per stessa ammissione del suo autore; un’opera in cui tutto parla di altro, e l’altro di altro ancora, in un barocco gioco di incastri, di rimandi, e scatole cinesi: ecco a voi l’arditezza postmoderna del romanzo, fruibile, com’è noto forse, da diverse angolature e a seconda della preparazione culturale, dell’età, delle conoscenze del suo lettore.

La stessa costruzione del romanzo lo prevede: Eco usa l’espediente classico (ecco anche la tradizione, allora) del ritrovamento di un manoscritto, proprio quello dell’ormai anziano Adso da Melk, in cui sono raccontati gli efferati omicidi in un monastero non precisato dell’Italia settentrionale. Non mi soffermerò sulla trama: è conosciutissima e il rischio di fare spoiler è alto. La mia vuole essere una riflessione per chi magari ha già letto il romanzo, e non propriamente una recensione. 

La musica leggerissima della nostra letteratura

Il libro di Eco potrebbe essere definito la Musica leggerissima della nostra letteratura: Il nome della rosa è un libro che parla di un libro ritrovato, a cui si assommano citazioni da altri libri, così come il brano sanremese parla, intriso di geniale ironia, di un brano di musica leggera attraverso la musica leggera stessa. Per questo non possiamo ancora dirci fuori dal Postmoderno, se per Postmoderno intendiamo l’approccio ironico, dissacrante al modello, al già visto, al già raccontato. 

Lo stesso spirito ci porta quotidianamente a vestirci vintage, ad ascoltare brani dance anni ‘80, a postare fotografie con effetti rétro. Allora, al di là del genere pop che è il giallo, Il nome della rosa continua ad affascinare noi lettori del nuovo millennio, per lo stesso sguardo sul reale che fu proprio del suo scrittore. Uno sguardo malinconico su un presente e un futuro incerti, su una realtà frantumata e policentrica, che nemmeno nella finzione può essere ricomposta.

Il caos del contemporaneo nella realtà medioevale

Nel libro di Eco, molti incastri sembrano non reggere, e spesso la logica (la più aristotelica) sembra dover cedere il passo al più cieco caso: così avviene nella spiegazione apocalittica della serie di omicidi monacali, che sembravano seguire, appunto, uno schema tratto dall’Apocalisse, e che, invece, si fondava sull’assoluta casualità. Caso, labirinto – perché la biblioteca del monastero, famosa in tutta la regione, è costruita come un impenetrabile labirinto -, specchio, di cui la struttura stessa della biblioteca è disseminata: questi sono gli elementi allegorici usati nel romanzo a significare un mondo contemporaneo caotico, senza nadir né zenit, doppio e instabile.

Neppure la filosofia, o la teologia, visto che il libro è intriso delle due discipline, tanto da non riuscire ad essere inserito in un solo genere (Il nome della rosa è un giallo? Un saggio storico o filosofico?), riescono a porre a sistema un reale che appare molteplice nella sua manifestazione fisica, ma anche reticente nella sua metafisica.

È un mondo complicato, pullulante: ce lo dimostra l’uso impetuoso delle elencazioni da parte di Eco, come accade nella descrizione del portale della Chiesa abbaziale, ad esempio. È un mondo contemporaneo, così saturo di esperienze, ma trasposto in una realtà medievale, così scevra di certezze. Insomma, Umberto Eco ci lascia l’impressione che la nostra epoca, così certa, scientifica, avanzata, non sia così lontana dalle inquietudini e dall’oscurità del suo stesso passato. Anzi: sembra che le inquietudini vengano accresciute da un progredire talmente veloce e carico di significati (segni, simboli: non dimentichiamo che Eco è stato un semiologo) da lasciare l’uomo moderno senza fiato, e senza la possibilità di un ipse dixit o di un amen, ovvero di un punto di riferimento fisso, che sia di sollievo. 

Paure inconsce

Il nostro tempo si fonda sulle parole (sui libri), ma queste non formulano che evanescenti chiavi di lettura, subito superate dal “nuovo”. Questa è la paura di Jorge, il cieco monaco del libro. E questa è la nostra paura inconscia, che, tuttavia, alziamo a vessillo di progresso, di scientificità, di assoluta novità. Il nostro presente si fonda sui segni (il romanzo presenta criptogrammi), sulle immagini (le miniature, i bassorilievi della cattedrale del monastero), sulle informazioni, … e molti di questi ci sono tenuti nascosti, proprio come Jorge preclude agli altri monaci la lettura del libro proibito, oggetto dei delitti de Il nome della rosa. La censura, allora, diventa un altro tema fondante della narrazione echiana, che ci invita a riflettere sul nostro oggi e sul nostro domani.

Alla luce delle considerazioni che abbiamo fatto sul successo del romanzo, sulla fortuna del suo soggetto, che ha portato a due trasposizioni a distanza di anni, sui temi trattati al suo interno, chiedo a voi lettori, mentre vendete vestiti su Vinted e comprate giradischi, di darmi la risposta: saremo poi effettivamente fuori da una scomoda e “stagnante” postmodernità?

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