Quando l’omosessualità viola la legge e la religione

Cortocircuito tra modernità urbanistica e conservatorismo: la storia di Shaf, donna gay e musulmana a Singapore.

È il mio ultimo giorno a Singapore. Nell’attesa che smetta di piovere, mi siedo a chiacchierare con la receptionist del mio ostello. Ha un sorriso accogliente e una voce talmente pacata che tranquillizzerebbe anche la più irrequieta delle anime. Si chiama Shaf ed è musulmana. Porta un hijab verde scuro sopra una camicia a scacchi e dei jeans sportivi.

La mia curiosità inizia a crescere quando mi racconta dei suoi viaggi in solitaria, ma ancora di più quando mi dice che a 34 anni non si è ancora sposata. Aspetta di comprare casa per andare a vivere da sola. «Non ho nessuna intenzione di sposarmi» afferma con aria risoluta.

Il mio interesse aumenta ancora di più. Così le chiedo se ci sia un fidanzato nella sua vita. Shaf inizia a ridere e scuote la testa. «No, non c’è nessun uomo, in realtà sono gay». La guardo sbalordita e a bocca aperta. Erano mesi che speravo di ascoltare l’opinione di persone omosessuali in questo angolo di mondo, dove notoriamente l’omosessualità non è riconosciuta. Instintivamente mi alzo e l’abbraccio.

La legge che fa dell’omosessualità un crimine

A Singapore essere gay è dichiarato illegale dallo Stato. Così come in altri ben 70 paesi del mondo. Secondo la sezione 377A del codice penale di Singapore, l’atto sessuale tra due uomini è considerato “immorale” e “contro natura”. La punizione alla trasgressione di tale norma prevede fino a due anni di carcere.

«A Singapore non è facile per gay e lesbiche, soprattutto per gli uomini. Se li beccano a scambiarsi effusioni in pubblico vengono arrestati, mentre per noi donne a volte chiudono un occhio» racconta Shaf, da dietro la sua scrivania. La sua voce mantiene quella stessa dolce tonalità rilassata dell’inizio. Non c’è rabbia, non c’è angustia, non c’è risentimento. Forse le sue ferite si sono rimarginate, lasciando soltanto delle cicatrici nascoste.

L’irrigidimento nei confronti dell’omosessualità a Singapore raramente si manifesta attraverso atti di violenza o bullismo – parliamo infatti di uno dei paesi con il più basso tasso di criminalità al mondo – ma a livello di chiusura mentale ed atteggiamenti conservatori.

«Io ho molti amici gay, ma quasi nessuno di loro ha fatto completamente coming out con le loro famiglie, per paura di essere cacciati di casa e diseredati. Ho sentito di molta gente che è stata confinata ai margini della società o è andata a vivere all’estero. I miei genitori e le persone con cui lavoro non sanno che sono gay».

Shaf infatti vive due vite parallele: una “vita eterosessuale” in casa dei suoi genitori, i quali sperano di vederla sposata ad un uomo, e una “vita gay”, al di fuori del nucleo familiare, in cui può essere sé stessa di fronte i suoi amici. Le famiglie di stampo tradizionale faticano ancora ad abbandonare certe strutture culturali, mentali e sociali, ostacolando la libertà sessuale dei loro stessi figli.

«Lo dirai mai ai tuoi genitori?» le chiedo, con il timore di aver osato troppo. Shaf sorride di nuovo e fa spallucce. «Nah, non hanno bisogno di saperlo. Le generazioni più anziane hanno una percezione diversa di certe cose e preferirei che restassero all’oscuro e non si preoccupassero di qualcosa che ritengono sbagliato».

Shaf, con il volto oscurato

La religione che fa dell’omosessualità un crimine

Le parole di Shaf, la voce placida accompagnata da tanti sorrisi, rivelano una serena accettazione, ma allo stesso tempo una posizione irremovibile dei suoi valori.

Shaf ha infatti scelto il compromesso di vivere in un paese che criminalizza il suo orientamento sessuale, senza per questo rinnegare la sua natura. Ma c’è di più. Shaf è una musulmana molto, molto credente. Indossare l’hi- jab è stata una sua libera scelta. «Nessuno mi ha mai fatto pressione o costretto a portare l’hijab. Per me significa non soltanto mostrare rispetto alla comunità religiosa, ma anche essere più vicina a Dio».

L’Islam proibisce severamente l’atto sessuale tra due uomini, condannando la sodomia in generale e le relazioni tra due persone dello stesso ses so. Domando a Shaf come mai, secondo lei, l’Islam abbia stigmatizzato l’omosessualità. «Penso che lo stesso sia avvenuto con qualsiasi altra religione come il Cattolicesimo e l’Ebraismo. Le istituzioni hanno decontestualizzato le sacre scritture, strumentalizzandole contro tutto ciò che li spaventa e verso cui non hanno familiarità. Tuttavia, ci sono sempre diverse scuole di pensiero, percezioni e credenze diverse. Dopotutto, siamo solo umani e non Dio. Chi siamo noi per giudicare la sua creazione?».

Shaf è una donna lesbica in un paese antigay e pratica una religione che condanna la sua identità ed orientamento sessuale. Ho di fronte a me la personificazione del paradosso umano. O forse no? Shaf possiede una fortissima e genuina spiritualità, che mi lascia senza parole ancora una volta. Con il suo temperamento mite e animo prudente, è stata capace di appropriarsi delle sua personale e autentica religiosità, fregandosene della religione stessa.

Verso una possibile apertura

Singapore, definita da molti la città perfetta, esempio massimo di modernità, espressione suprema dell’ingegneria architettonica, campionessa dell’urbanistica, sembra quindi soffrire di una mancanza di “evoluzione” in termini di diritti umani. Sono stati costruiti grattaceli dalle vette elevate, trasporti all’avanguardia da film di fantascienza, incredibili infrastrutture, ma ancora urge edificare le fondamenta dell’amore e del rispetto per il prossimo.

Shaf mi rassicura che, nonostante tutto, dei passi avanti sono stati fatti nella famosa città-stato. È possibile infatti vedere molte coppie omosessuali girare per strada mano nella mano, senza che gli venga detto o fatto nulla. «La nostra comunità LGBTQ+ locale ha cercato di lottare per i nostri diritti e uguaglianza. Abbiamo un evento annuale chiamato PinkDot che, iniziato con pochi sostenitori, è cresciuto fino a oltre 10 mila partecipanti l’anno scorso.

Abbiamo ancora molta strada da fare, ma lentamente penso che le cose cambieranno. A proposito – aggiunge sorridendo – il nipote del nostro attuale primo ministro Lee Hsien Loong è gay. Recentemente si è sposato con il suo compagno in Sudafrica. Chissà cosa porterà il futuro!». Saluto Shaf con un ultimo abbraccio. È arrivata la fine del suo turno di lavoro in ostello e deve tornare a casa. Io, invece, ho un aereo da prendere.

Singapore

Foto di Chiara Maggiore

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