Il Vaticano contro il Ddl Zan: facciamo chiarezza

Perchè il Vaticano invoca il Concordato per fermare il ddL Zan contro l'omofobia? È giusto che anche Fedez si schieri? Partiamo dai fatti storici.

Ha fatto scalpore la reazione del Vaticano al Ddl Zan, il quale ha invocato il Concordato per fermare il promulgamento del decreto. In seguito alla notizia, numerosi personaggi pubblici, tra i quali il rapper Fedez, il cantante Tiziano Ferro, l’attrice Fiammetta Cicogna, il direttore creativo della Maison Valentino Pierpaolo Piccioli e altri ancora, hanno espresso il loro pieno appoggio alla causa LGBTQ. Le diverse prese di posizione in campo, però, lasciano spazio all’ipotesi che vi sia ancora molta confusione a riguardo: facciamo quindi un ripasso. 

Cosa prevede il Ddl Zan?

Il Ddl Zan, promosso dal deputato padovano Alessandro Zan, è un’estensione della legge Mancino, esistente dal 1993, la quale prevede la condanna di «frasi, gesti, azioni e slogan aventi per scopo l’incitamento all’odio, l’incitamento alla violenza, la discriminazione e la violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali». Il nuovo decreto, ancora in stallo, aggiunge alle categorie preesistenti anche quelle di sesso, genere, orientamento sessuale e inabilità motoria.

Il tutto corredato da un comma che tutela la libertà di espressione e circolazione delle idee: «sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti».

Cos’è il Concordato?

Fra il 1927 e il 1929 si concludono le trattative dei Patti Lateranensi, un accordo firmato dal regime fascista di Benito Mussolini e dal Cardinale Pietro Gasparri, l’allora segretario di stato Vaticano: Mussolini intendeva limitare l’autonomia delle organizzazioni ecclesiastiche presenti sul territorio, mentre la Chiesa puntava alla tanto anelata riconoscenza dell’indipendenza della Città del Vaticano, che de facto diventava così uno stato autonomo. In cambio dei rispettivi favori, da un lato l’Italia prometteva finanziamenti ed esenzioni fiscali al clero, insieme all’obbligo dell’ora di religione e l’esposizione del crocifisso negli spazi e istituzioni pubblici, e dall’altro il papa riconosceva ufficialmente la legittimità dello Stato italiano con Roma come sua capitale.

I Patti, inoltre, regolavano anche i rapporti fra Stato e Chiesa, assegnando a quest’ultima una serie di vantaggi, come il riconoscimento del papa quale legittimo sovrano del Vaticano, l’identificazione del Cattolicesimo come unica religione di stato e la libera regolamentazione della giurisdizione all’interno della città santa. 

Nel 1984 però si sente la necessità di riattualizzare i suddetti Patti con un nuovo Concordato, o “accordo di Villa Madama” nel quale si stipula la revisione degli iniziali 45 articoli, ora ridotti a 14, e si cerca di limitare l’influenza extra vaticana negli affari di stato: viene così tolto, per esempio, l’obbligo dell’ora di religione, ribadendo la laicità della Repubblica, ma inserito l’otto per mille, tassa che riempie direttamente le casse vaticane senza l’intercessione del privato.

L’articolo in questione cui si è appellata la Santa Sede nei giorni passati nel tentativo di contrastare il Ddl Zan è il secondo, il quale assicura alla Chiesa piena libertà «di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione. In particolare, è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica». L’accordo, inoltre, riconosce «ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

Non è la prima volta che la Santa Sede invoca il Concordato per difendere e promulgare i dogmi ecclesiastici: ricordiamo infatti che già la legge sull’aborto del 1978 firmata da Giovanni Leone non lasciò indifferente il clero. Eppure, la legge passò. 

Fedez e la sua personale crociata contro la Chiesa

Non è la prima volta che il rapper italiano Federico Leonardo Lucia, in arte Fedez, si espone sotto i riflettori con la volontà di esprimere la propria opinione in materia di questioni politiche. Ricordiamo infatti il concerto del Primo Maggio sul palco romano in piazza San Giovanni in Laterano, durante il quale il cantante non si è trattenuto dal lanciare feroci anatemi nei confronti di esponenti politici di destra ed estrema destra, non risparmiando nemmeno la vicedirettrice Rai, accusata di ignavia.

La vox populi, come sempre, si è divisa in due schieramenti che vede da una parte Fedez nei panni di un paladino della giustizia che temerariamente sostiene la difesa dei diritti civili delle minoranze, sfruttando a dovere la sua influenza sui social, e dall’altra un Fedez famelico di visibilità gratuita e che si espone su questioni che non lo riguardano. 

Premettendo che l’essenza di un qualsiasi individuo non si esaurisce solamente nel suo mestiere e che dunque tutti hanno il dovere e il potere di essere anche altro, di essere uomini politici in questo caso, la domanda da porsi è: se persone come Fedez e la moglie Chiara Ferragni, che sfruttano la propria popolarità a fin di bene, non difendono i diritti di una comunità da fin troppo tempo emarginata e schiacciata da una società altamente conservatrice e uno Stato incurante, chi lo farà?

Lo Stato Vaticano ha tutti i diritti di appellarsi al Concordato, ma urge domandarsi il perché: se sia una questione legata realmente alla difesa dell’ortodossia cattolica, o se più semplicemente si sia sentito irrorato da un sentimento di estrema paura per tutti gli esponenti ecclesiastici che portano in seno una mal celata omofobia che ancora viene predicata. È tempo di scindere la fede dall’istituzione religiosa.

È tempo di rivedere il Concordato, che ricordiamo festeggerà fra non molto i suoi quarant’anni, per ristabilire la laicità repubblicana. È tempo che lo Stato si assuma le proprie responsabilità nei confronti di tutti i suoi cittadini, smettendo di dividerli per categorie – cittadini di serie A e cittadini di serie B – e cominciando a valutarli non per la loro capacità di produrre capitale, ma per il loro valore intrinseco di esseri umani.

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