Benedetta Ristori: fotografare la solitudine del neo-proletariato urbano

Dal Giappone all'Europa l'Est, Benedetta Ristori indaga l'intima connessione tra soggetto e spazio.

Benedetta Ristori è una fotografa freelance attualmente risiedente a Roma. Fra le numerose nomine e premiazioni ricevute spiccano il posto tra i finalisti del Next Photographer Award by D&AD in collaborazione con Getty Images del 2015 e il premio per la categoria People al Sedicesimo Concorso fotografico dello Smithsonian Magazine del 2016. Inoltre, nel 2017 è stata una dei cento creativi scelti per rappresentare la regione Lazio nell’iniziativa annuale Lazio Creativo 2017 e nel 2020 è una dei vincitori del bando del MiBact in partnership con la Triennale di Milano. I suoi progetti vantano pubblicazioni su celebri magazine tra cui VICE, Vogue Italia, Repubblica, Forbes, It’s Nice That, Freunde Von Freunden, Label Magazine, The Calvert Journal e sono esposti in gallerie internazionali.

Lay off è un progetto “in progress” cominciato nel 2015 e ha come sfondo il Giappone. Nello specifico vuole indagare scorci e attimi di vita dei lavoratori notturni. Perché proprio il Giappone?

L’idea di documentare questo specifico tema in Giappone è nata studiando la storia e soprattutto la cronaca giapponese di quel periodo. In Giappone la chiamano Karoshi, si traduce letteralmente come “dipendenza dal lavoro”. L’eccesso di lavoro è un problema riconosciuto e purtroppo è oramai considerato cronico. Nel 2015 in Giappone, anno in cui ho iniziato il progetto, ci furono numerosi ricoveri e purtroppo suicidi legati allo stress e all’ansia lavorativa, il più eclatante quello di Matsuri Takahsi. Il tribunale ritenne che le cause della sua morte fossero strettamente legate alle condizioni di lavoro invivibili: più di cento ore di straordinari al mese per la società in cui lavorava, l’avevano fatta cadere in una forte depressione che la condusse al gesto estremo.

Vi è un intento politico di denuncia delle loro condizioni lavorative?

Non vi è un intento di denuncia riguardante la situazione specifica giapponese essendo questo purtroppo un fenomeno globale. Lo scopo del progetto è di rappresentare uno spaccato sociale contemporaneo che abbiamo visto nascere a seguito della crescente competizione dei mercati internazionali. L’attenzione maggiore è posta sulle conseguenze psico-fisiche che questa tipologia di turni può provocare, come ad esempio il social jet-leg, la frequente solitudine e l’alterazione del proprio “orologio biologico”.

East invece raccoglie le fotografie dei palazzi sovietici in seguito alla caduta della cortina di ferro a testimonianza delle cicatrici lasciate dalla repressione del regime sovietico. Soggetti decadenti e abbandonati sono i protagonisti di questo immenso lavoro che ti vede viaggiare in Bulgaria, Croazia e Bosnia Erzegovina. Cosa ti affascina di questa tipologia di architettura?

Generalmente questo stile architettonico viene percepito come austero, freddo e rigido; lontano dalla classica idea del bello. Esplorando e trovandomi immersa in questi scenari li ho trovati struggenti ma allo stesso tempo potenti e unici; baluardi di un’epoca e di una visione totalizzante, rappresentazione concreta di ideologie che oggi forse possiamo trovare solamente in Corea del Nord.

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Nel 2018 nasce Take care, progetto che vuole indagare da vicino il fenomeno migratorio in Italia, tipicamente femminile, delle collaboratrici famigliari, infiltrandoti nelle loro case e scattando attimi di quotidianità. Le fotografie appaiono senza patine e senza l’intenzione di edulcorare, attenuare o mitigare la dura realtà che circonda queste donne. Ancora una volta sembra tu voglia portare all’attenzione di chi guarda uno spaccato sociale a cui non si interessano in molti: quello degli oppressi e delle vittime del capitalismo, è così?

È sicuramente un aspetto della realtà sociale contemporanea che mi interessa e su cui penso sia cruciale porre attenzione. Come fotografi abbiamo la possibilità di affrontare dei temi attraverso un linguaggio immediato e al giorno d’oggi ancora più facilmente diffondibile. Approfondire delle questioni che ordinariamente i media non prendono in considerazione può aiutare a dare voce, a far riflettere o creare un dialogo che magari non si sarebbe affrontato.

Human being invece è una raccolta di fotografie raffiguranti soggetti accomunati dalla vecchiaia, solitudine e stanchezza. La loro decadenza ricorda quella dei palazzoni sovietici. È questo quello che intendi quando affermi di voler indagare le forme e lo spazio? Una connessione fra le forme umane e lo spazio circostante?

Sì, esattamente. Le mie percezioni mi portano a ritrarre delle atmosfere e dei contesti nei quali sia i soggetti umani che lo spazio che li contiene sono collegati. La connessione tra queste due parti è necessaria per esprimere la mia ricerca e la mia visione.

Non ho potuto fare a meno di notare che i tuoi soggetti sono spesso ritratti in case, edifici, luoghi chiusi. Escludi la natura intenzionalmente?

Come accennavo prima uno dei punti principali della mia ricerca fotografica è quello di rappresentare la connessione tra soggetto e spazio. Le tematiche che affronto difficilmente escludono la presenza umana, che sia essa presente o meno rimane centrale. Per questo il paesaggio naturale in sé compare difficilmente. Inoltre, tendo a indagare aspetti intimi e personali, e per questo è fondamentale mostrare il contesto e l’ambiente. Nel caso in cui si tratti di un ritratto, mostrare la casa e gli oggetti della persona protagonista ci rivela più informazioni, così come una città o una struttura al proprio interno racchiude una o più storie.

Le tue strutture minimaliste, i colori tenui e le atmosfere eteree, quasi ferme nel tempo e nello spazio ricordano in un certo senso quelle di Stephen Shore. C’è qualche influenza del maestro statunitense nelle tue scelte stilistiche?

Sono una grande ammiratrice della corrente di fotografi americani documentaristici nata negli anni Settanta. Tra questi vi sono grandi maestri come Stephen Shore, Richard Misrach e Joel Sternfeld, solo per citarne alcuni. Sicuramente il loro immaginario mi affascina e ha influenzato la mia formazione, anche se penso che il loro stile sia strettamente legato al paesaggio americano e a una determinata epoca, e per questo difficilmente riproducibile in contesti differenti.

Immagini courtesy of Benedetta Ristori (Portfolio)

Oana Ochiana
Historian of Art and History of Religion student

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