La fotografia di Caterina Notte riscrive il concetto di fragilità femminile

La fotografia di Caterina Notte indaga la complessità della figura femminile e la dinamica fluttuante tra vittima e predatore.

Caterina Notte, molisana classe 1973, vive e lavora a Monaco di Baviera e a Olbia. Durante gli anni dell’università, utilizza i primi scanner A4 per scansionare ossessivamente il proprio corpo e riassemblarlo. Il suo lavoro viene esposto a Roma, Milano, Dortmund, Shanghai, New York, Montreal, Praga e Santiago del Cile. Nel 2005 viene selezionata per partecipare al Corso Superiore di arte visiva presso la Fondazione Ratti (visiting professor Alfredo Jaar) durante il quale elabora l’urgenza di una responsabilità sociale come artista. Sceglie così di usare diversi strumenti per sperimentare una forma di comunicazione diretta, dal video alla performance, dall’installazione alla fotografia.

Nel 2020 vince la Call for Proposal della Mostra Contemporanea curata da Ambra Patarini con l’opera Predator#41.
Il messaggio che ogni donna sia perfettamente in grado di riscrivere la propria debolezza (serie Predator), esalta la complessità della figura femminile. Il tema della sorveglianza attraversa tutto il suo lavoro facendo emergere la necessità di una nuova fisionomia del corpo non più controllato o costretto, in un atto di riconquista profonda e senza compromessi.

La debolezza è la nostra potenza. L’impossibilità di essere deboli è insita nella natura degli esseri viventi, è un rapporto simbiotico quello tra preda e predatore, di intensa co-evoluzione. L’equilibrio si capovolge continuamente perché l’ecosistema di cui facciamo parte continui a sopravvivere.

Caterina Notte

Come ti sei avvicinata all’immagine fotografica?

E’ stato un processo naturale, lavoravo già da tempo con la tecnologia, con il digitale e il video oltre che con la video performance e l’installazione site-specific. Ho però sempre pensato che la fotografia fosse lo strumento più immediato e idoneo ad espandere la mia ricerca. Non appena ho sentito la necessità di essere dalla parte dell’osservatore ho capito la vera potenzialità della fotografia. Parlo della possibilità di preparare un ambiente e di rimanere ad osservarlo fino al suo cambiamento. Una sorta di osservazione partecipata. Siamo noi come osservatori, con la nostra presenza, a determinare ciò che succederà, tutte le altre possibilità si auto-escluderanno. 

La fotografia mi permette di concentrarmi proprio su questo aspetto, di focalizzarmi su un soggetto che cambia quando io lo osservo, modificando così il risultato finale. Che il gatto di Schrödinger sia contemporaneamente vivo o morto fin quando io non lo guardo è una realtà stupefacente. E che questo risultato finale sia fissato con il processo fotografico in un’immagine anche quando il cambiamento è solo un’emozione impalpabile è davvero spiazzante.

Ed è ancora più interessante che ogni forma di controllo venga così in un certo senso riscritta dalla coscienza del controllato. E’ assolutamente necessario concentrarsi sul cambiamento e sul proprio ruolo di osservatore.

Com’è nato il progetto Predator?

Da una semplice riflessione sulla capacità naturale di una preda di trasformarsi in predatore ogni volta che il suo ambiente cambia. Esiste quindi, è indubbio, una forza innata e primordiale in ogni essere vivente che gli permette costantemente di riscrivere il proprio ruolo attraverso un meccanismo che consente di raggiungere puntualmente un equilibrio ma questo significa anche, paradossalmente, che non esiste mai un equilibrio. E’ precisamente questa dinamica fluttuante che capovolge continuamente i ruoli di preda e predatore ad interessarmi. Insieme al mutamento e al controllo, alla fragilità e alla forza. 

Questo stato di non-equilibrio proprio perché comprende il cambiamento, è la base della serie Predator. La fotografia mi permette di fissare in maniera descrittiva questo continuo mutamento che sconvolge la carne e i corpi. Dal cambiamento discende chiaramente la continua creazione e la conseguente distruzione dei limiti che ci impongono e che ci imponiamo.

Nel 2010, partendo dall’idea che la debolezza è in realtà la nostra potenza, ho dato inizio alla serie Predator con quattro bambine, delle garze chirurgiche e un vecchio furgone abbandonato. La loro vulnerabilità è stata per me un esempio di grande potenza. La loro condizione di vittima, il mio controllo su di loro non le ha fermate. Ho potuto partecipare attivamente a quel mutamento, sono stata l’osservatrice di una presa di coscienza che non mi sarei mai aspettata da bambine di 10 anni. La loro ribellione al mio controllo è stata devastante. Hanno riscritto completamente il mio sguardo. E così è nato Predator, giocando semplicemente con uno spostamento non solo concettuale ma visivo tra preda e predatore.

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Per quale motivo la scelta di utilizzare le bende sui tuoi soggetti?

Ogni ecosistema è in cambiamento continuo di conseguenza anche il nostro ambiente, quello in cui viviamo quotidianamente, è soggetto a forze esogene che lo disturbano, lo violentano e lo cambiano, facendoci vivere in un teatro di guerra invisibile costantemente sorvegliato. Da questa immagine ho tirato fuori la visione di garze chirurgiche che coprono ferite e tumefazioni inesistenti, lembi di stoffa che riportano alla fragilità del corpo ma nello stesso tempo ne riflettono la potenza. Mi incuriosisce lavorare sulla reale duplicità delle cose. Le garze così come le corde con i nodi cappuccini o i fili di seta o ancora le fasce di juta hanno un unico scopo, quello di sostenere fisicamente e moralmente un corpo rendendolo più forte.

In Molise, nella mia terra, il corpo dei neonati veniva un tempo fasciato e costretto con delle lunghe garze di cotone bianco nella convinzione di far crescere correttamente la loro colonna vertebrale. E ancora, durante tutto il primo anno di vita il bambino indossava intorno alla vita le corde con i nodi cappuccini in onore di San Francesco. Ammiravo il modo in cui mia nonna si fasciava i piedi e i polpacci con delle garze bianche prima di indossare i calzari e andare al lavoro nei campi. Mi sono accorta di aver sempre dato un duplice significato alle garze, alle corde e a tutto ciò che ha la capacità di legare. Da un lato c’è la fragilità, la rottura, la debolezza dall’altro l’unione, il collegamento, la forza.

Predator è anche una performance collettiva e virale: perchè la scelta di coinvolgere gli utenti tramite TikTok?

Predator Ubiquity è nato con uno scopo preciso: coinvolgere un alto numero di utenti che sono apparentemente a proprio agio con il video, in un’azione più sociale e più introspettiva per valutare il grado di percezione della propria libertà. Molte delle mie protagoniste le incontro proprio sui social, ed è qui che mi son convinta di quanto sia diventato urgente misurare la propria libertà. Nella nostra vita quotidianamente onlife ci sentiamo molto più liberi, veri e senza “filtri” ma questa libertà è solo fittizia, condizionata dal giudizio di chi vive nella rete e che ci riduce ad essere solo spettatori di esperienze che ci accadono nel reale e che ci limitiamo semplicemente a ri-postare sui social come se non fossimo stati noi gli osservatori partecipati. E’ un agire indotto e condizionato che ci dà la sicurezza che ogni nostra immagine pubblicata sia realmente accaduta.

Da qui mi è venuto spontaneo chiedermi quanta libertà ci sia effettivamente rimasta. Mi è sembrato perciò molto interessante indagare in questo senso con il progetto Predator Ubiquity, proponendo alle utenti di Tik Tok o di Instagram di filmarsi nell’atto di liberarsi delle garze in un un video di qualche minuto. Ma  a quanto pare non è poi così facile. La resistenza è molto alta e per questo è davvero un luogo interessante da esplorare. Tutti i video ricevuti saranno caricati in uno stesso istante, in un giorno prestabilito, in modo tale che l’evento diventi ubiquo.

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Quali sono a tuo parere le principali barriere che non permettono alla donna di essere realmente libera al giorno d’oggi?

Beh, sicuramente la mancanza di solidarietà. Purtroppo è una caratteristica non comune tra noi donne perlomeno non quanto tra gli uomini. L’assenza di complicità o di accettazione delle proprie diversità non fa che allontanarci una dall’altra. Ma credo che questo problema dipenda forse dalla totale mancanza di un percorso educativo e di una preparazione psicologica già dai primi anni della scuola sulla propria diversità emotiva e fisica dall’uomo e dalla resistenza ad accettarla. Molte donne si concentrano sul voler cambiare utopicamente l’altro invece che se stesse.

Il cambiamento deve nascere innanzitutto come atto personale, deve riguardare il proprio corpo, la propria identità. L’altro resterebbe un’isola troppo distante da raggiungere. Il cambiamento include invece l’empatia e la condivisione e questo sicuramente ci avvicina.

Rispondendo ancora alla tua domanda, anche combattere una battaglia con strumenti che non sono propri ma dell’avversario è un’ulteriore  inutile barriera alla nostra libertà. È impossibile vincere con le armi di chi stai combattendo! ÈT per questo che cerco di lavorare molto con le bambine, voglio provare ad instillare in loro la consapevolezza di poter decidere autonomamente, di compiere un’azione e di provare a farlo con la propria testa, anche di sbagliare ma assumendosene le conseguenze.

Quali altri temi legati alla condizione umana ti interesserebbe esplorare in futuro?

Sto già affrontando diversi temi, dalla violenza di genere al ruolo della donna, alla sorveglianza e al controllo, dalla trasformazione della carne all’impatto dell’uomo sull’ambiente. Mi interessa continuare a portarli avanti tutti contemporaneamente e studiarli sempre meglio entrando magari più a fondo concentrandomi su nuovi possibili legami tra di loro.

Non voglio seguire questa strada da sola naturalmente, nel libro che uscirà a breve sul mio lavoro Predator mi lascio affiancare da studiosi e ricercatori che daranno un importante e profondo contributo col loro lavoro alla mia ricerca visiva.

Sono sicura che l’arte abbia un ruolo ben preciso: per-formare la realtà, individuare una crepa e lasciare un segno, aggiungendo altro ancora. La realtà è già di per sé stupefacente e non ha alcun senso limitarsi a riprodurla, bisogna necessariamente riscriverla, potenziarla o indicare delle possibili direzioni.

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Immagini courtesy of Caterina Notte

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