La sospensione dell’esistenza post-pandemia in foto

Quella di Andrea Passon è un esempio di fotografia contemporanea, onirica e inafferrabile, sebbene strettamente legata al nostro presente.

Quelle di Andrea Passon sono opere tra la fine-art e la fotografia concettuale. Nella serie So far, So good Andrea ha saputo materializzare e cristallizzare quella che è la sensazione di sospensione e smarrimento che caratterizza le nostre vite da quando è scoppiata la pandemia da Covid-19. Un esempio di fotografia contemporanea, onirica e inafferrabile, ma non per questo incapace di descrivere la realtà. Andrea Passon è direttore creativo, fotografo di moda ed artista con base a Treviso, Milano e Venezia.

Qual è il tuo background? Quando hai capito che la fotografia era la tua strada?

Ho una formazione artistica di tipo specialistico: Grafica e Fotografia Pubblicitaria, IUAV e Pittura all’Accademia di Belle Arti a Venezia. Ho sempre considerato l’arte come l’unica strada, senza dubbio sin da quando ero un bambino attraverso il disegno sentivo di esprimermi pienamente. Considero la fotografia una delle strade percorribili, non l’unica. Quello che trovo interessante di questo mezzo espressivo sono l’immediatezza e la grande potenza evocativa. In questo senso la fotografia è simile alla pittura (mio grande amore di gioventù). Per me la creazione di immagini singole, statiche ha un senso quasi sacro, ci vuole sintesi e coraggio. Trovo inoltre che la fotografia si avvicini molto al cinema per diverse caratteristiche (altro mio grande amore). Uno degli aspetti che più mi affascinano di questi media è la relazione che instaurano con la realtà, rivelandone spesso la vera essenza.

Raccontaci della serie So far so good: quando è nata la prima fotografia e che pensiero c’era dietro? 

C’è qualcosa di sottilmente autobiografico, sul quale non voglio indugiare troppo, ma queste immagini evocano più o meno indirettamente quello che ci sta succedendo oggi, la pandemia e gli scenari distopici che si affacciano sul nostro futuro, la crisi climatica, la nostra totale alienazione per la realtà, è tutto vero, è qui ora.

L’idea iniziale era rappresentare la caduta come fosse un concetto ineluttabile dell’esistenza, strada facendo mi sono reso conto che i personaggi di queste foto non cadono, semplicemente vivono cristallizzati in un tempo e in uno spazio indefiniti, sono prigionieri di una realtà incomprensibile. Mi piace molto l’idea che spazi domestici, luoghi comuni, abitudini e consuetudini possano essere sconvolti da qualcosa di improvviso ed incalcolabile. Possono succedere avvenimenti fuori da ogni logica, come un glitch, una distorsione che mette in discussione il significato stesso della nostra realtà. La nostra società oggi, a mio avviso si presenta proprio così, come un sistema operativo colmo di bug imprevedibili ed incomprensibili. Dal momento che la nostra realtà sembra essere così mutevole ed inafferrabile, dovremmo chiederci: che cosa è reale? 

Leggi anche: Le relazioni ai tempi del Covid-19

Cosa volevi comunicare allo spettatore con questa serie? Ci sono dei sentimenti che speravi di suscitare?

Vorrei che lo spettatore si ponesse delle domande nel momento in cui osserva la realtà attraverso le foto, inserisco sempre degli elementi cercando di creare suspense e smarrimento. Ritengo fondamentali questi espedienti per creare delle buone immagini, per trovare il punctum di cui parlava Roland Barthes, la cosiddetta ferita emotiva. Non dobbiamo raccontare tutto, mostrare tutto, ma piuttosto dobbiamo alludere, suggerire, sussurrare. Cerco di disorientare lo spectator, cercando di creare delle immagini che per primo destabilizzino me. Per comprendere la realtà dobbiamo andare in profondità, dobbiamo “zoomare” molto, esattamente come faceva il fotografo di Michelangelo Antonioni nel film Blow Up. Più a fondo andiamo, meno la realtà è comprensibile, trovo che essere consapevoli di questo debba essere la mission di ogni artista.

Tecnica e messaggio: quanto sono importanti l’una e l’altro nel tuo mestiere.

Sono entrambi importanti, per quanto ritengo che la tecnica debba sempre essere al servizio del messaggio. Oggi sono molti gli esempi dove la tecnica sembra prevalere sul contenuto, questo succede nel cinema, nella fotografia ed anche nell’arte contemporanea. Perchè succede questo? ci stiamo dimenticando che lo scopo dell’arte è quello di comunicare e non di stupire a tutti costi per cercare l’effetto wow, spesso fine a se stesso. Dobbiamo raccontare, la tecnica serve a divulgare il nostro punto di vista, è un espediente narrativo. Sceglierò sempre una fotografia utile che racconta un punto di vista, rispetto ad una fotografia soltanto “bella”.

Nel tuo portfolio ci sono molte fotografie di ritratto: cosa ti affascina delle persone?

Mi piace proiettare il mio io attraverso gli sguardi delle persone, in ogni ritratto c’è qualcosa di mio, di profondo ed inspiegabile. Tutto parte dagli occhi, sono un grande estimatore di Lorenzo Lotto, nei suoi dipinti gli occhi giocano un ruolo fondamentale, sono il punto più luminoso della composizione, creano una relazione profonda con lo spettatore.

Cosa distingue un fotografo professionale da un fotografo amateur?

La libertà di progettare e ricercare, finchè non diventi un professionista non avrai mai il tempo per andare in profondità. Devi entrare dentro la tana del bianconiglio direbbe qualcuno, devi prendere la pillola rossa. Il fotografo professionista cerca la verità, il dilettante vuole semplicemente esibirsi.

Quali sono i temi o i generi fotografici che ti piacerebbe indagare in futuro? 

Vorrei esplorare il tema della vecchiaia, raccontare qualcosa che vive ai margini. Questo tema credo non sia mai stato mai celebrato adeguatamente. Essere vecchi, diventarlo, acquisire la consapevolezza, arrivare ai confini dell’esistenza per arrendersi infine alla morte ed accettarla. Trovo questa tematica incredibile, quasi cosmologica, una grande sfida per un fotografo. Viviamo in una società dove bellezza e perfezione sono celebrate e mercificate in modo spasmodico. Tutta questa omologazione è deprimente, mi ha profondamente stancato. Cosa succede quando diventiamo vecchi, cosa sentiamo davvero? Vorrei descrivere tutto questo attraverso il mio punto di vista. Una visione scomoda, imperfetta e surreale, senza retorica.

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Immagini courtesy of Andrea Passon: Website

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