5 cose che hanno segnato il mio percorso artistico: la lista di Kublai

5 cose che hanno segnato il mio percorso artistico: la lista di Kublai

Abbiamo chiesto a Kublai di elencarci 5 cose che hanno segnato il suo percorso artistico e perché. Ha scelto per noi tre dischi, un libro e un film.

Il primo album di Kublai dall’omonimo titolo Kublai, è il nuovo capitolo del progetto solista di Teo Manzo che segue il precedente singolo pubblicato a settembre Orfano e CreatoreKublai è un disco che non nasce come un monologo, un album dialogico, i cui testi percorrono gli scambi di una conversazione in una sera come tante.

Kublai prende le mosse dalla collaborazione fra Teo Manzo, autore dei testi e delle musiche, e Filippo Slaviero, che ha curato produzione, registrazione e mixaggio, oltre a essere coautore delle musiche. Le registrazioni sono avvenute a Milano, presso Il Vicolo Studio dei fratelli Slaviero, Hit Factory Studio di Nicolò Fragile, Adesiva Discografica di Paolo Iafelice. Masterizzato presso La Maestà Mastering da Giovanni Versari.

Abbiamo chiesto a Kublai di elencarci 5 cose che hanno segnato il suo percorso artistico e perché. «Ho scelto tre dischi, un libro e un film. Non perché li preferisca per valore assoluto ad altri, ma perché, incontrandoli, mi hanno insegnato qualcosa.»

1. “Le Nuvole”, album di Fabrizio De André (1990)

È il primo disco di cui ho memoria, a tre anni lo cantavo per intero, compresi i brani in dialetto, pur non capendo una virgola del significato. Ancora oggi ciò che più mi interessa nella musica è cantare i suoni, il senso delle parole è del tutto secondario.

2. “Le città invisibili“, libro di Italo Calvino (1972)

Potrei citare altre opere, forse meno scontate, ma quanto ad importanza nella mia formazione è stato decisivo a più riprese. Questo capolavoro combinatorio è musica, andatura continua, battere e levare a tutti i livelli: il verso, il racconto, la somma dei racconti. È un’opera importante più per la storia della musica che non per quella letteraria. Non a caso il nome del mio progetto è preso in prestito da qui.

3. “Pink Moon“, album di Nick Drake (1972)

È un album raro perché, oltre contenere pezzi adamantini, tiene assieme la componente estemporanea, tipica di un concerto, e la misura, necessaria a un’opera discografica. Quasi tutti i dischi incisi in presa diretta, come questo, non riescono a soddisfare entrambe le esigenze. È un disco pieno d’aria, anche se non c’è. Inoltre, Nick Drake usava sulla chitarra accordature non ortodosse; questo ci insegna a cambiare lo strumento quando è necessario, a non infossarci nei cliché che ci siamo scavati per abitudine. Il mondo è pieno di musicisti tecnicamente ineccepibili che producono suoni orribili senza accorgersene, e questo, in larga parte, è dovuto a una certa rigidità, al non sapersi spostare, adattare.

4. “Nell’anno del Signore”, film di Luigi Magni (1969)

L’avrò visto mille volte da bambino e ancora non mi stanca. Senza spoiler: nella Roma risorgimentale il film segue varie vicende legate alle lotte carbonare della borghesia contro il Papa Re. Tra queste anche le gesta di un poeta satirico misterioso, detto Pasquino. Tra le altre cose, è soprattutto da questo film che nasce la mia passione per la poesia, intesa come mezzo espressivo potente, anche quando sfumato, ironico, non esplicito. Questa tendenza me la porto dietro anche in musica, nei testi che canto.

5. “Turning”, album di Antony And The Johnsons (2014)

È un album che cito spesso, un amore recente, ma non posso farne a meno. È la ripresa di un concerto ed è un disco tridimensionale, insegna in maniera tangibile a performare, a portare il pubblico in un’altra dimensione utilizzando i veri “strumenti musicali”: l’agogica, la dinamica, l’espressione. La maggior parte i musicisti non tiene dei concerti, ma “rappresenta”, ripete su un palco dei gesti simili a quelli precedentemente eseguiti in uno studio di registrazione. Il concerto è un’altra cosa, ed Antony rende molto vivida la differenza.

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