Elogio alla fragilità delle “versioni”: intervista al collettivo Iside

Elogio alla fragilità delle “versioni”: intervista al collettivo Iside

Gli Iside ci hanno parlato dell'uscita del nuovo album, "Anatomia Cristallo" e di come si trasforma il quotidiano in surreale.

Gli Iside ci hanno parlato dell'uscita del nuovo album, "Anatomia Cristallo" e di come si trasforma il quotidiano in surreale.

In uscita il 7 maggio ANATOMIA CRISTALLO, il nuovo album del collettivo bergamasco Iside, anticipato dai singoli MARGHERITA v11 e PASTIGLIA v7. L’anatomia è la scienza della scomposizione dell’individuo, è l’analisi più sottile e minuziosa, lo studio delle parti che ci compongono, per poi capire meglio gli altri. Il cristallo è una miscela di minerali, la sua purezza è data dall’armonia di questi componenti, elementi fondamentali che se ben bilanciati, generano qualcosa di inesistente e quindi raro. Queste le due componenti che danno vita all’ultimo progetto degli Iside, un album ipnotico nelle sonorità e maturo nei testi, che vi invitiamo ad ascoltare.

Gli Iside sono composti da Dario, Daniele, Dario e Giorgio, quattro ragazzi di Bergamo uniti da una profonda amicizia. Il loro percorso si unisce in maniera naturale incrociandosi per i corridoi della scuola con la maglia della stessa band rock. Iside è tra i 12 progetti italiani selezionati per RADAR ITALIA, il programma globale di Spotify (per la prima volta in Italia) nato per supportare i migliori talenti della scena musicale emergente del nostro Paese. Viste le premesse li abbiamo intervistati.

Dove vi siete conosciuti e cosa vi ha fatto capire che dovevate essere una band?

Ci siamo conosciuti letteralmente alle elementari, nella scuola del paese. Giorgio aveva gli occhiali per dirti, sappiamo tutti degli altri. Da piccoli eravamo solo compagni di classe, verso le medie poi ognuno ha palesato la propria passione per la musica. Come potete immaginare, in un paese di provincia di circa 10.000 abitanti, non molta gente suona. Dopo il corso del patentino della moto, eravamo in piazza a passarci la musica nuova, abbiamo poi prenotato una sala prova per puro divertimento, per passare i pomeriggi. I primi progetti erano in inglese, di natura post rock, e così è stato per molti anni. Poi nel 2019 abbiamo provato l’italiano, avendo sentito finalmente alcuni progetti made in italy che ci gasavano. Quindi non abbiamo mai deciso di essere una band, siamo solo i migliori amici del paese che pensano solo alla musica, da molti anni, spinti da una passione folle.

Quali sono i vostri ruoli? Chi scrive i testi e chi la musica delle vostre canzoni?

Ci conosciamo così bene che ci siamo assegnati delle mansioni per naturale propensione e attitudine, in effetti forse sarebbe più giusto definirci collettivo, proprio perché abbiamo ruoli specifici ma assegnati con grande naturalezza: Dario P. scrive i testi, le melodie di voce e canta, Daniele e Giorgio producono gli strumentali e suonano chitarre, sintetizzatori e pianoforti, Dario R. mixa, finalizza i brani e suona altri sintetizzatori nei live. Funzioniamo benissimo insieme, ognuno nella sua fase, ma sempre con un confronto di base che ci permette di essere soddisfatti a pieno in tutto. Ogni scelta è in discussione e aperta ai giudizi, ma nel rispetto di chi sappiamo essere più preparato sulla questione. Siamo una bellissima comunità.

Cosa vuol dire fare musica a Bergamo? C’è una scena musicale, una sala prove, un locale che considerate di riferimento?

La scena bergamasca è fortissima, carica di progetti da sempre. Forse pecca di non avere un genere specifico, uno storico di riferimento che possa delineare delle linee guida, nel bene e nel male. Se pensiamo però all’approccio alla musica, Bergamo conferma gli stereotipi sulla nostra popolazione: siamo davvero grandi lavoratori, abbastanza poco sociali, capaci di apprendere un sacco di cose dalle realtà più note che stanno vicini a noi in modo geografico e le trasformiamo in altro.

Leggi anche: Poetica del quotidiano e contaminazioni musicali: tenete d’occhio G Pillola

Penso ai Verdena più di tutti, ovviamente li amiamo, come ogni bergamasco, perchè effettivamente hanno reso in musica l’atteggiamento e la visione underground di essere delle nostre zone, oggettivamente non c’è molto da fare qui, quindi siamo diventati bravi ad osservare fuori. Per questo disco però vorremmo citare Selvino, un paese nelle valli bergamasche, in cui abbiamo fatto una session invernale da cui sono usciti alcuni dei migliori pezzi dell’album. Un momento assurdo: noi quattro, soli nel paese, a fare musica in soggiorno, fino a notte fonda, in un momento storico atroce.

Cosa accomuna i pezzi del nuovo album? Qual è il brano che secondo voi le persone capiranno meno? 

La risposta è tutto. Ogni cosa, ogni dettaglio pensato da un anno fa ad oggi vuole essere molto coerente con il resto, era la nostra missione: fare un album che fosse totale. Ci siamo focalizzati su pochi strumenti, da inserire in ogni brano e che fossero caratteristici e non comuni, mantenendo sempre un bilanciamento tra acustico e elettronico che è un po’ il nostro marchio. Siamo davvero felici del nostro lavoro e prima non ci è mai capitato di esserlo così profondamente.

Tutti i pezzi hanno dei livelli di complessità non banali, forse necessitano di qualche ascolto per essere compresi fino in fondo. Sicuramente il disco nella sua totalità ha un senso gigante e totale, speriamo che la nostra crociata – che mira ad ascoltare la totalità del lavoro – venga compresa, anche se capiamo che non è sempre facile. Forse il pezzo più ostico potrebbe essere infarto v666, è uno sfogo folle.

Quali sono le situazioni o i temi di cui vi piace parlare di più con la vostra musica?

Sappiamo parlare solo di cose molto quotidiane, non vogliamo toccare cose che non conosciamo, che non sapremmo trattare in modo sincero. Fondamentalmente parlo di me (Dario P.) di come mi sento, di come mi fanno stare gli altri, dei miei sentimenti. Prendo quelle situazioni e le trasformo in qualcosa di surreale, con scene assurde a volte che mi immagino. Mi piace molto alternare dettagli minuscoli, quasi impercettibili a scena larghissime e dispersive, sono anche molto miope e questa cosa penso mi condizioni molto anche se inconsapevolmente vedo il mondo a modo mio.

L’arte del 900 è sicuramente un’ispirazione solida nella scrittura, sia per passione mia personale sia per il percorso di studi che ho fatto, è ciò che conosco meglio insieme alla musica e ai rapporti umani, appunto. Ci capita di accostare un’opera o un pensiero artistico ai pezzi, e ci aiuta a sviluppare pensieri a riguardo: si può notare Hopper il voyeurismo in CHE MUTANDE HAI v9, o Eliasson in asimmetrico v10.

Il brano precedente si chiama Pastiglia v7. Spiegateci questa fissa per le “v” (versioni). 

V sta esattamente per versione, quindi sì prima di queste edite, ci sono state precedenti brani che però non ci hanno mai convinto, per motivi diversi. Erano piuttosto simili, ma mai ben riuscita come questi. Non è detto che fra un po’ di tempo ce ne pentiremo, sia chiaro. La v è perfetta per questo preciso momento, come tutto nella vita del resto. Era un modo per elogiare il tempo trascorso a fare i pezzi, comunque momenti pazzeschi e indimenticabili, che troppo spesso vengono cancellati nel momento in cui il brano esce. Davvero questo lavoro è frutto di un anno di ricerca, di giornate a scrivere e registrare e poi mixare nel dettaglio, presi da mille dubbi. Deve essere un elogio a quei momenti tragici ahahah ☺

1 album di riferimento a testa. 

Difficilissimo scegliere però ci proviamo, le scelte anche qui sono temporanee e non universali: 

Dario P. Stranger – Yung Lean

Daniele Feels Like Forever – CHINAH

Giorgio 22, A Million – Bon Iver

Dario R. Man On The Moon III: The Chosen – Kid Cudi

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