La policromia di un cantautore: quattro chiacchiere con Le rose e il deserto

Per Luca Cassano, in arte Le rose e il deserto, «le poesie vanno cercate sotto la sabbia».

Lettori di Ulai, oggi conosciamo Le Rose E Il Deserto, il progetto solista di Luca Cassano, cantautore classe 1985, calabrese di nascita, milanese per professione. Nella sua musica c’è tutta la policromia di un cantautore, prima che cantante, “vagabondo”. Nei suoi testi la malinconia di Pessoa si fonde con la erre moscia del grande De Gregori, la sinuosità di un plettro che suona un accordo nudo, con la durezza di un sintetizzatore. “Sperimentazione” sembra la parola giusta, ascoltando i brani de Le rose e il deserto, visto che ogni esperimento richiede l’esperienza, e non c’è esperimento più riuscito della vita stessa. Ed è questa che è raccontata nel suo nuovo EP Io sono sabbia.

Chi è Luca Cassano? Cosa vuole dirci?

Che domandone! Ti direi che sono un trentacinquenne che percorre strade. Su alcune ho fatto già tanti passi, su altre sono ancora all’inizio. E ti direi anche che non ho molto da raccontare, se non me stesso.

Pop o Indie? La tua musica è ascrivibile a un genere preciso o ti muovi in libertà da uno stile all’altro?

Non mi preoccupo molto dei generi. Se proprio dovessi sceglierne uno, ti direi “cantautorale”, che inizia ad essere una parola un po’ desueta. Posso dirti che mi piacciono molto le chitarre acustiche e gli ukulele e mi danno un po’ fastidio le chitarre elettriche ed i synth, per esempio; però poi, nel mio EP Io non sono sabbia di synth se ne possono trovare un po’. Penso che l’importante sia fare belle canzoni che emozionino.

Sulla tua pagina scrivi: «Luca Cassano […] calabrese di nascita, milanese per professione». È una frase che mi ha molto incuriosito e di cui vorrei chiederti il significato.

Si, sono nato in Calabria e ci ho vissuto fino ai 18 anni. Poi ho trascorso tanti anni da studente a Pisa ed infine, nel 2013, sono sbarcato a Milano, dove mi ha portato il mio lavoro. Ciascuno di questi posti, così come molti posti che ho visitato, Napoli, Lisbona, Barcellona, hanno lasciato qua e là dei sedimenti, che ogni tanto vengono fuori nelle mie canzoni.

La questione è annosa, ma la domanda è d’obbligo: è più importante, per te, la musica di una canzone che componi, o il suo testo?

Per me la risposta è molto molto semplice. Io da ascoltatore, prima ancora che da autore, porgo il 90% della mia attenzione al testo. Certo, ci sono anche migliaia di casi eclatanti di canzoni con un testo trascurabile ma una melodia/arrangiamento/produzione meravigliosi, così come ci sono molte canzoni che pur avendo un testo bellissimo risultano inascoltabili. Però per catturarmi e per rimanermi in testa una canzone deve aver un bel testo evocativo, con delle belle parole, scelte con cura e che suonino bene. Troppo spesso ultimamente si è data poca importanza al testo.

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E in generale? Credi che in giro si dia più peso all’orecchiabilità del motivo musicale o all’impegno nella parte cantautoriale?

Non mi piace generalizzare. Indubbiamente quella che viene chiamata “musica mainstream” da molta importanza alla facilità di cattura dell’orecchio dell’ascoltatore medio (si parla infatti di “hook” nel testo). Però, se guardi nel mainstream ci trovi dentro anche gli Zen Circus, oppure Brunori SaS che comunque hanno dei testi molto belli. In ogni caso, cercando in quello che a torto viene definito l’underground, si trovano autori cristallini come Lucio Leoni, Emanuele Colandrea, Emanauele Galoni, giusto per citartene qualcuno.

Cosa ascoltava il piccolo Luca e cosa ascolta ora che sta facendo della sua passione un lavoro?

Da ragazzino ascoltavo tanto combat folk che andava all’inizio degli anni 2000: Modena City Ramblers, Bandabardò, Ratti delle sabine e compagnia cantante. Oggi ascolto tanti cantautori italiani (Emanuele Galoni, Emanuele Colandrea, Lucio Leoni, Giorgio Canali) e tanta world music: tango, fado, musica africana. Il fattore comune nella mia vita di ascoltatore è però stato il Principe: Francesco De Gregori.

Le rose, la vita che sboccia, da una parte. Dall’altra, il deserto, arido e senza vita. Direi che già il nome del tuo progetto Le Rose E Il Deserto, sia suggestivo e pieno di significato. Qual è la genesi di quest’idea? Da dove sono sbocciate queste rose nel deserto?

Quando decisi di intraprendere la strada della musica solista cercai un nome che fosse evocativo ed esprimesse la mia ricerca poetica. Mi è sempre piaciuta la storia delle rose del deserto. Questi gioielli che si trovano sotto la sabbia mi hanno sempre fatto pensare a come nasce la mia poesia e la mia scrittura. Le rose del deserto hanno bisogno di gesso nella sabbia, che è abbastanza comune, ma hanno bisogno anche di acqua, che invece è molto rara nei deserti.

L’acqua scioglie il gesso ed evaporando crea questa struttura. Nascendo sotto la sabbia, queste rose rimangono nascoste finché un passante non si imbatte in loro e non le vede. Questo mi ha sempre fatto pensare a come nascono i miei versi. Me li immagino lì nascosti fra i miei pensieri e ad un certo punto un’intuizione li fa venire a galla in forma di versi. E poi mi piaceva giocare con il pubblico e creare questa ambiguità: un solista con un nome plurale…

Il tuo brano (proprio uno che hai composto tu) preferito? 

Sicuramente Un terzo; è la prima canzone che ho scritto e in qualche modo ha assunto il ruolo di talismano. È la canzone con cui apro i miei live, quella con cui viaggio con pilota automatico e mi rilasso all’inizio del concerto.

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