Stefano Bruno: «Mi sono riavvicinato alla musica perché mi piaceva una ragazza»

Fuori dal 29 settembre, "Per le strade del cielo", il disco di debutto del cantautore milanese Stefano Bruno, classe 1990.

Fuori dal 29 settembre, Per le strade del cielo, il disco di debutto del cantautore milanese Stefano Bruno, classe 1990. In questa intervista ci racconterà qualcosa di più della sua musica e del perchè è così importante per un’artista mantenere viva la propria immaginazione.

Perché ti sei avvicinato alla musica? C’è qualche figura (un parente, un amico, un artista famoso) che ti ha in qualche modo ispirato a intraprendere questa strada?

La musica è sempre stata una componente viva e forte dentro di me fin da bambino. Qualcosa si è inceppato durante l’adolescenza. I miei coetanei mi prendevano in giro per la mia voce e così alzai il muro rifugiandomi nella scrittura e nel silenzio. Dopo il diploma però non volevo più rimandare. Avevo fame e voglia di riscatto. Mi sono riavvicinato alla musica perché mi piaceva una ragazza. E visto che anche a lei piaceva Battisti, iniziai a fare delle cover su YouTube per cercare di conquistarla. Non andó benissimo. In compenso avevo ritrovato il mio vero desiderio. Avevo soltanto bisogno di rendermene conto e capire che la musica non fosse un riempitivo, un fuoco fatuo. Era qualcosa che mi permetteva di conoscermi meglio e di mettermi a nudo. Il ponte verso il mondo e verso gli altri.

Per le strade del cielo è il tuo nuovo album: da dove nasce l’idea e quando l’hai sviluppata?

Sicuramente nasce dal mio modo di essere costantemente altrove, con la testa fra le nuvole. E anche dalla voglia di togliermi dei sassolini dalle scarpe o addirittura lanciare via le scarpe e ogni peso inutile per sentirmi più leggero, più libero. Il pensiero, la mente e l’immaginazione di certo non li puoi ingabbiare, come vorrebbero farci credere. Hanno bisogno di praterie sterminate o dell’ “infinito azzurro”. Senza sogni ed immaginazione non siamo niente. Non si va da nessuna parte.

Per le strade del cielo è un gioco linguistico, che pesca dall’inconscio e dai miei ascolti, Battiato, Antonacci, Modugno, Space Oddity, con riferimenti anche all’arte, alla wanderlust e al Romanticismo. Un’immagine che esisteva già nel titolo di una canzone (Ti lascio stare per le strade del cielo) e nel verso di un’altra (Ho cercato il tuo nome), ma che poteva vivere anche fuori dal suo contesto. I brani sono stati scritti nell’arco di 6 anni di vita fatti di esperienze, letture, analisi, viaggi e studi in cui sono successe tante cose, belle e brutte. Ho fatto delle scelte eliminando tanti brani. L’idea di conciliare tutto in una cosa sola è nata nel maggio 2019, solo alla fine, quando avevo i brani pronti e una visione completa di tutto.

Quali sono i temi che tocca quest’album e che tipo di sonorità hai scelto per veicolarli?

In questo album ci sono sia luci che ombre. Devo dire più ombre che luci. Si parte da un brano ironico, per poi finire tra i meandri più bui dell’anima umana fatta di dubbi, inquietudine, silenzio e solitudine. Ma c’è spazio anche per uno spiraglio di luce, amore, libertà, il mare, wanderlust, l’infinito. Immagini e parole ed emozioni che confondono. Per questo c’è bisogno di rallentare, fermarsi ad ammirare. Vi mostro un’Italia in bilico come sempre tra un sogno magico e la realtà. La poesia nelle strade di Catania per riscoprire le proprie radici o il fascino esotico e ignoto del Nicaragua. Per quanto riguarda le sonorità vi divertirete o impazzirete. Pur rimanendo nel pop-rock si va da un mondo all’altro. Ma mi piace ascoltare e lasciarmi trasportare verso mondi nuovi. In particolar modo amo i suoni mediterranei per via delle mie origini siciliane. Ho scelto delle sonorità diverse in base al tema, al mood del momento ma anche in base alla varietà dei generi che amo e che esistono. L’infinità dei generi musicali da cui attingere potrebbero rappresentare altre strade del cielo.

Qual è la traccia a cui tieni maggiormente?

E’ difficile scegliere. Le canzoni sono un pò come figli. Ognuna rappresenta qualcosa e occupa un posto particolare nel mio cuore. Forse… Italia Turrita. E’ un brano che mi mette a nudo. Amo l’Italia in tutta la sua bellezza e fragilità malgrado le sue contraddizioni. Amo la sua cultura e la lingua nonostante sempre più spesso questo ci faccia sentire orfani, abbandonati alla nostra sorte. Un amore dal sapore amaro. L’unico brano dell’album che vorrei ascoltassero davvero tutti, affinché si guardi un pò più in là del proprio naso, per riscoprire l’importanza della comunità e il valore della solidarietà. Mentre ti rispondo ho un groppo in gola… Non so se è perchè mi commuovo oppure perchè sto sacrificando gli altri pezzi…

Hai sviluppato il progetto da vero e proprio solista o c’è un team che ti ha aiutato a finalizzare l’album?

E’ un disco solista perché le canzoni sono state scritte e composte da me. L’unica eccezione riguarda L’aquila di Battisti – Mogol,  brano di rara bellezza che ho voluto omaggiare perché in linea con le tematiche del disco. Anche le scelte sugli arrangiamenti sono mie. Tra i musicisti che hanno suonato per me in questo disco c’è anche Marco Guarnerio, produttore e collaboratore storico degli 883, che ha lavorato con tanti altri artisti del panorama italiano (Battiato, Jovanotti, Le Vibrazioni, Tricarico). Ma il vero team che mi ha aiutato a finalizzare questo album è formato da due persone: Francesco Campanozzi e Max Lotti: Francesco sostanzialmente ha registrato e suonato il basso e gran parte degli strumenti in tutti i brani. Max ha curato invece mix e mastering.

Sei un cantautore autobiografico?

Sì. C’è una componente autobiografica. Quando scrivo mi metto a nudo e racconto emozioni vere. Prendo qualcosa, shakero, mischio, lo filtro con qualcosa di mio: un pensiero, un punto di vista, le emozioni che vivo e che sento. Ognuno di noi prova emozioni simili, benché uniche. A volte sono veri e propri trip. La grande sfida è cercare di vivere altre vite contemporaneamente alla tua. La sfida è essere altro. Avere altri occhi o altre orecchie, estraniarsi. Guardarsi dentro. O semplicemente allo specchio, da fuori, come Vitangelo Moscarda. Cerco di essere oggettivo ma è naturale che qua e tra le pieghe di una canzone si intrufolino i pensieri e la mia personalità. Mi vedo più come un osservatore, un narratore onnisciente, piuttosto che il protagonista di ogni film o di ogni scena.

Quali sono le maggiori difficoltà per un artista che vuole emergere nel panorama musicale italiano?

Fare il passo più lungo della gamba. Muovere i primi passi e lasciarsi stregare da grandi nomi, ambienti sfarzosi e patinati. Un ambiente spesso subdolo e pieno di sciacalli che vendono illusioni approfittando della sensibilità e dell’ingenuità degli artisti.

Descrivi Stefano Bruno con una frase.

Artista per natura, zingaro di professione.

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