L’esordio esplosivo di Tanca e la sua crew in “Words of Dogtwon”

L’esordio esplosivo di Tanca e la sua crew in “Words of Dogtwon”

L'amore per lo skate, il collettivo Klen Sheet e un disco rap dall'attitudine punk. Quello di Tanca è un esordio col botto.

Words of Dogtown è il disco d’esordio di Tanca, all’anagrafe Stefano Tancredi, musicista pugliese trapiantato a Milano, dall’attitudine punk, con l’amore per lo skate e un passato da frontman di una band hardcore. 

Prodotto dallo stesso Tanca con incursioni di Giumo (nei brani Brbcue, Moka, My Darling, Sbadigli), Words of Dogtown è una prima affermazione identitaria di un artista che ha l’urgenza di aggiungere un nuovo e originale tassello al mosaico della più recente scena rap e urban italiana. 

Il titolo dell’album è una citazione dal film Lords of Dogtown di Stacy Peralta (storia di un gruppo di amici di Venice Beach che negli anni settanta rivoluzionò il mondo dello skate a Los Angeles) ma anche un riferimento alla nuova vita intrapresa da Tanca con la famiglia adottiva Klen Sheet, collettivo artistico di base a Milano di cui – oltre a Goldreick, Ratematica e Monoryth – fanno parte anche Giumo, Maggio e Ngawa, presenti in alcuni featuring e sulla copertina del disco, insieme al resto della crew.

Copertina del disco “Words of Dogtown”

Nel disco Tanca condensa tutte le emozioni maturate durante il primo lockdown, fra vita precedente, l’adolescenza ad Altamura e la vita attuale a Milano, con la musica, la crew e gli ultimi nodi da sciogliere prima di godersi appieno la libertà e scrivere il proprio futuro con la consapevolezza dell’età adulta. Dieci tracce che suonano come mine, sonorità che vanno dal punk al metal, dal rap all’hardcore, chitarre e batteria esplosive.

Words of Dogtown è anche un cortometraggio pubblicato lo scorso 27 maggio sul canale YouTube di Klen Sheet e diretto da Vittoria Elena Simone in cui Tanca riarrangia in versione strumentale alcuni dei brani dell’album. 

Cosa o chi ti ha spinto a fare musica?

Quando ho fatto la prima comunione mi è stata regalata una chitarra classica da mio zio e già dal giorno dopo ho iniziato a strimpellare e a pensare di scrivere canzoni quando non sapevo fare neanche un accordo. Mi piaceva così tanto anche solo l’idea di poterlo fare che ho deciso di dedicare tutta la mia vita ad alimentare quella sensazione che da quel momento ancora porto con me.

Un’ altra delle motivazioni per il quale ho deciso di non smettere mai è per un amico di famiglia che non c’è più, quando ero piccolo mi regalò un cappello dove era stata messa da mia nonna per sua richiesta una toppa degli Slayer. Ero piccolo e non sapevo cosa significasse e glielo chiedevo spesso, la sua risposta fu sempre «quando sarai grande lo saprai». Sono cresciuto e ho scoperto gli Slayer, li ho suonati, li ho portati insieme ad altre band sempre nel mio cuore, motivo per il quale c’è e ci sarà sempre una vena hardcore nella musica che faccio.

Perché hai deciso di chiamare il tuo primo disco Words of Dogtown. Qual è il filo rosso che lega i brani? 

A parte la musica, sin da piccolo ho sempre amato lo sport e uno di quelli che praticavo di più era lo skate. Nella mia città veniva visto malissimo e spesso abbiamo litigato con persone e forze dell’ordine per quello che facevamo. Era una battaglia tramandata da generazione in generazione, adesso sembra quasi essere una causa vinta da noi.

Lords of Dogtown è uno dei film che ha accompagnato la mia adolescenza e quella di tanti altri ragazzi, parla degli Z-Boys ovvero dei ragazzi di Santa Monica che hanno rivoluzionato il mondo dello Skateboarding. 

A parte essere una cit al film è come vedo il Klensheet, dei ragazzi che dal niente hanno creato il loro futuro facendo quello che amano fare ed è proprio questo il filo rosso che lega i brani, ossia il raccontare pezzo per pezzo e, magari in un futuro, disco dopo disco quello che abbiamo in testa, quello che facciamo e come lo facciamo, il motivo per il quale abbiamo scelto la musica e non altro.

L’album è pieno di collaborazioni interessanti. Com’è nata quella con Maggio? Cosa ti piace di lui? 

Un giorno a caso Giumo mi scrive «so che tipo di pezzo dobbiamo fare insieme». Mi gira questo file nominato TG DISCO.wav (Tanca Giumo Disco); lo apro, l’ascolto, mi fomento e per i successivi due mesi non riesco a scrivere niente che riesce a soddisfarmi. Classico. 

Dopo quei due mesi scrivo a Maggio «so che tipo di pezzo dobbiamo fare insieme». Gliene parlo, glielo mando, l’ascolta, si fomenta, andiamo in studio il giorno dopo e chiudiamo uno dei miei pezzi preferiti del disco. Classico. La mia idea era non avere una mia strofa e poi una sua, ma un unica strofa botta e risposta che risultasse alla fine come un normale discorso tra me e lui. Maggio lo reputo uno delle penne migliori in circolazione.

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Tanca e Maggio

Leggi anche: Chi è Maggio, la nuova promessa di Asian Fake

Cosa rappresenta per te il collettivo milanese Kleen Sheet di cui fai parte?

La Famille, sono i fratelli che non ho mai avuto dato che son cresciuto con tante donne. Il Klensheet è la squadra di cui tutti abbiamo bisogno in un mondo in cui la solitudine è sempre dietro l’angolo. É il gruppo di persone a cui ho dedicato il mio primo disco. É aiutarsi a vicenda ed è soprattutto dirsi sempre le cose come stanno, nel bene e nel male.

Cosa ti piace fare quando non fai musica? 

Mi piace tanto cucinare. Ho lavorato per tanto tempo come cuoco ed è una cosa di famiglia, mi piace andare in Skate e soprattutto nelle bowl ora che posso, dato che quando vivevo ad Altamura non ne ho mai avuto la possibilità.

Mi piace tanto fare grafiche e cazzeggiare su Photoshop così come mi piace in generale lavorare, anche facendo il cameriere. Lo faccio sia per necessità sia perchè niente più del lavoro riesce a caricarmi in tutto il resto, mi fa sentire più concentrato e affidabile di quanto sarei se non lo facessi.

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